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  • Claudia Burzoni

Zaefaran | Quarto giorno a “Quando la terra dorme”

Ali è iracheno, è all’Aquila per conseguire il master in ingegneria edile. Con noi parla in inglese, ma nei momenti di scrittura, utilizza la sua lingua madre, l’arabo, incomprensibile a livello pratico, ma di una poeticità rara. Proprio durante il laboratorio di scrittura tenuto da Francesca Picci, non sa trovare le parole – ci dice - per esprimere il proprio concetto di gratitudine, elevato perché più vicino alla pura gioia di vivere. E’così grato di trovarsi in mezzo a questo branco di “matti”, come definisce i suoi compagni, da utilizzare un detto molto diffuso nel suo Paese la cui concretezza e limpidezza mi commuovono:


" الناس لا يدركون أن كان صيفاً او شتاءً في حال كانوا سعداء "

“Le persone non si rendono conto se è estate o inverno se sono felici”


Ali, con la sua infinita dolcezza, è lo specchio dell’altrettanto infinita premura di tutto il gruppo. Sara, Diletta, Alessandro, Gianluca, Marco, Federico e Giulia, “ciascuno a suo modo” e con i propri tempi, hanno fatto sentire l’altro parte non solo di un progetto, ma di una famiglia vera e propria: così come non si scelgono i genitori e, tantomeno, i fratelli o le sorelle, così noi ci siamo altrettanto accaduti; la scelta sta nell’accettarsi, insieme al pacchetto di tutti i difetti e i migliori pregi; sta nello scorgere una difficoltà e sorridere.


Quando la terra dorme_teatrovagante

È il penultimo giorno e la felicità è mischiata alla malinconica consapevolezza che questo nucleo, fatto da persone così diverse da essere perfette insieme, sta per disgregarsi. Ognuno tornerà alla vita di tutti i giorni e quest’esperienza sarà un modo per sorridere di tanto in tanto, quando capiterà di pensarci. Ciascuno ha donato la propria anima e, nei saluti, ci sarà la promessa di conservarne un pezzetto anche nel ritorno alla spasmodica quotidianità.


Nel pomeriggio, ci hanno portati a scavà, a raccogliere i bulbi che hanno riposato sottoterra e che, a ottobre, fioriranno in oro rosso. E qui, abbiamo incontrato un’altra anima, quella di chi coltiva la terra. Ci vuole tanto cuore per accudirla e, come sempre qui, tutto torna: il saper aspettare, l’accogliere le difficoltà, l’accettare che tutto non sia come ci si aspetterebbe perché «in natura, uno più uno può fa’ tre o può fa’ zero», ci dice il signor Valentino. E accetti l’accaduto, come è successo nel piccolo mondo della residenza, dove nessuno si conosceva prima, ma si è conosciuto a fondo dopo. Una magia, un mistero che non si può spiegare, come succede per tutte quelle cose che genericamente definiamo “belle”. «Prova ad assaggià il risotto con quello iraniano e poi con questo e fammi sapè se senti delle differenze». Dice Valentino ad Ali, che gli racconta della sua, di terra.

L’ingegnere arabo e il mondo contadino, accumunati dalla concretezza, dalla fierezza e dalla genuinità. Un’altra magia: quella dello zaefran, che ha fatto incontrare oriente e occidente sotto il sole cocente in un campo tra le montagne d’Abruzzo.


Quando la terra dorme


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oca, oche, critica teatrale
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