• Irene Buselli

Antigone di Barletti/Waas | Ti stai sbagliando, chi hai visto non è Antigone

Vorrei iniziare dal fondo. Il fondo, in questo caso, è un tavolo ricoperto di focaccia e crostini, attorno a cui il pubblico dello spettacolo da poco terminato si muove di moto ondulatorio, spostando il peso da un piede all’altro, un piattino in una mano e un bicchiere di vino nell’altra. Siamo nel pieno del centro storico genovese, in una bella casa privata che per questa sera ha trasformato la camera da letto in platea e il salotto in foyer. I due attori, Barletti e Waas, senza quasi essersi cambiati d’abito, sono lì in mezzo a noi, sorridono ai complimenti, commentano il cibo, sgranocchiano stuzzichini, indistinguibili da tutti gli altri nel brusio generale.


Lea Barletti in Antigone

A un certo punto, però, una voce di donna si alza al di sopra di tutte le altre, più che per la reale volontà di farsi sentire, per la passione non controllata con cui le parole le scappano via dalla bocca: «…e io riuscivo solo a pensare… se fosse capitato a un mio caro, se fosse capitato a mio figlio… di prendersi il virus, e ammalarsi, e finire in ospedale, aggravarsi… l’unico modo possibile per farmi accettare di non vederlo mai più, neppure al suo funerale, l’unico modo possibile sarebbe stato spararmi, o drogarmi. Sarei impazzita». Mi volto nella direzione della voce, Lea Barletti sta ancora parlando e gesticola accalorata, le parole quasi rotte, e per un attimo non posso impedirmi di pensare eccola, Antigone, quella vera, ardente per cose che raggelano, improvvisamente materializzata in mezzo a noi. A lui, laggiù, darò una fossa, ad ogni costo, e dopo morirò. L’analogia è evidente, ma l’allucinazione dura un attimo, il tempo di sentirla aggiungere che «certo, le ragioni sono comprensibili, ma forse si sarebbe potuto trovare un modo, piuttosto coprirsi dalla testa ai piedi, minimizzare ogni rischio…», il tempo di concedere alla ragionevolezza di farsi strada, pur difendendo la posizione originale, e l’equivoco svanisce: Antigone non è ragionevole, non usa periodi ipotetici, non pensa a quali patti si potrebbe scendere con la legge. È l’eroina sofoclea per eccellenza, ferocemente coraggiosa, testardamente romantica, immune a ogni possibilità di compromesso.


Mentre il brusio del buffet riprende la sua azione uniformante, mi sorprendo a sentirmi sollevata: se non è Antigone quella accanto a me, penso, non corro il rischio di scoprirmi Ismene, la sorella pavida, ragionevole, quella che in fondo sa che la legge non è davvero giusta ma china il capo, quella che Poiché sono costretta, ai potenti obbedirò: è da matti ardire oltre le proprie forze. Se non è Antigone quella accanto a me, posso non chiedermi se lo Stato in cui vivo sia un Creonte, un legislatore cieco, vendicativo, cocciuto, che Finché vivo, non mi comanderà una donna e non sarà certo il popolo a dirmi che fare: il paese è di chi ha il potere. Se non è Antigone quella accanto a me, posso schivare la sensazione della tragedia annunciata.


Lea Barletti e Werner Waas

Mi riscuoto e provo a tornare lucida. L’opera di Sofocle, oltretutto, non è in generale una di quelle in cui l’immedesimazione coi personaggi risulti più facile, proprio per il tratteggio estremo e radicale delle loro personalità. La versione messa in scena da Barletti/Waas però, pur non stravolgendo affatto l’originale – ne lascia anzi il testo sostanzialmente invariato, ad eccezione di qualche taglio – annulla quella distanza naturale tra noi e i personaggi in scena, attraverso poche ma significative scelte registiche: la prima, quella di far interpretare Antigone e Ismene alla stessa attrice (Lea Barletti) ed Emone e Creonte allo stesso attore (Werner Waas), trasformando di fatto i dialoghi litigiosi in monologhi combattuti, i personaggi monolitici in esseri umani travagliati; la seconda, quella di far parlare Creonte in tedesco (sovratitolato) e Antigone in italiano – scelta in linea con gli altri lavori della compagnia italo-tedesca – esacerbando la divergenza e l'incomunicabilità tra i due, che di conseguenza sembrano non solo non volersi capire ma essere fisicamente impossibilitati a capirsi; la terza, la scelta di portare questo spettacolo nelle case private anziché su palchi veri e propri, avvicinando fisicamente al massimo la scena e il pubblico, e soprattutto dichiarando apertamente prima dello spettacolo il legame tra la messinscena e il lockdown pandemico.


Così, se nel testo originale Antigone è ostinata ed estrema forse proprio per concedere agli altri personaggi di farle da controparte, insinuare il dubbio, suggerire cautela, i personaggi di Barletti/Waas fondono caparbietà e titubanza, finendo per trasformarsi da eroi sofoclei a eroi – forse neppure – checoviani, piccoli e tormentati, tragicamente umani e tragicamente simili a noi spettatori – che, mentre ci spelliamo le mani in un applauso interminabile, fingiamo di non sentirci grottescamente rappresentati, forse ancor più dopo questi due anni, dall’incertezza monumentale racchiusa in quella schizofrenia drammaturgica.



Elementi di pregio: La minimalità della messinscena (compresa la scelta di mantenere solo due attori per un’opera che ne prevederebbe molti di più): l’aura di inavvicinabilità della tragedia greca si sfalda, nonostante Sofocle. Interessante anche la resa degli stasimi, preregistrati e restituiti al pubblico in una versione parzialmente musicata.

Limiti: La minimalità della messinscena (compresa la scelta di mantenere solo due attori per un’opera che ne prevederebbe molti di più): il taglio e la sintesi di alcune parti non sempre funzionano, soprattutto quando costringono a passaggi bruschi tra il piano diegetico e quello extradiegetico.




Visto il 6 marzo 2022 all'interno della "Personale Barletti/Waas" del Teatro della Tosse

ANTIGONE

di Sofocle/Hölderlin/Sinisi

Testo tedesco nella traduzione di Hölderlin,

Testo italiano nella traduzione inedita di Fabrizio Sinisi

Con Lea Barletti e Werner Waas

Regia Barletti/Waas

Sound Design dei Cori Luca Canciello



oca, oche, critica teatrale