• Massimo Milella - Matteo Valentini

Campo. Alphabet | Safe Piece + Safe Piece


Gli spazi medievali e sontuosi del Museo della Commenda di Prè aprono le porte alle performance di gruppo nanou e Valentina Campora – con Andy Moor e bambini al seguito – per la quinta tappa di questo Testimonianze Ricerca Azioni, tra Sestri Ponente e il centro cittadino.

E va detto subito che l'O.C.A. è comprensibilmente soddisfatta: anche oggi, lunedì 12 novembre, il teatro – o come lo si vuole definire – è vivo e lotta in mezzo a noi.

Campo. Alphabet, di gruppo nanou | Sulla struttura e sulla poesia

Recensione di Massimo Milella

Il danzatore e coreografo Marco Valerio Amico – uno dei tre fondatori e artefici di gruppo nanou insieme a Rhuena Bracci e Roberto Rettura – guida una brevissima e intensa performance a tesi, un'indagine intorno alla natura del gesto danzato, finalizzata, come enuncia lui stesso nitidamente prima che inizi l'esibizione, a confutare la convinzione comune che la danza contemporanea sia "complicata". Sottintendendo, crediamo volutamente, il resto del pensiero: complicata da capire? Da fare? Per uno spettatore non avvezzo a questo genere? Per un critico, un drammaturgo, un attore, un esponente del cosiddetto "pubblico medio", un bambino, un anziano?

Lasciando sospesa la questione, ci immergiamo nella cristallina descrizione che lo stesso Amico e i ragazzi dell'Università di Genova che hanno aderito al workshop – di cui Campo è l'esito – fanno delle evoluzioni delle tre danzatrici nella scena vuota, illuminata sobriamente da faretti funzionali all'intento del laboratorio.

Le voci raccontano in un'esposizione asciutta, priva di voli, come se fossimo in un’aula anatomica: qui però si evoca un alfabeto inedito, un vocabolario opportunamente dedicato, quasi magico, che prende corpo, esso stesso, e riveste di apparente semplicità le ragioni intime che spingono una danzatrice ad abitare uno spazio, a "territorializzarlo" e "deterritorializzarlo" – secondo i termini tecnici usati da gruppo nanou – e a tessere relazioni – "patti" – per far coabitare l'io – "irriducibile" declama al microfono uno degli studenti – con gli altri.

A metà strada tra la fisica e la poesia, la grammatica del corpo di gruppo nanou si incarna nella illuminante esplorazione del termine "evidenza" definita come accettazione incondizionata dell'indagine e risposta che non dà adito a dubbi: la struttura di Campo e di tutto il progetto Alphabet conquista e convince con la sua poderosa ambizione intellettuale che lega indissolubilmente teoria e pratica, ma ha due punti deboli, labirinti di senso forse ancora inesplorati.

Li sintetizziamo in due domande, rischiando di apparire superficiali:

  • se l'obiettivo è dimostrare che la danza contemporanea non è "complicata", perché i testi che dovrebbero decodificarla o accompagnarne la visione non scelgono di abbracciare una maggiore semplicità? La poesia è un rischio o è un passaggio obbligato per chi cerca parole precise?

  • dire che gli enunciati servono a riavvicinare la danza contemporanea alla comprensione del pubblico non sta a dimostrare in fondo che, in loro assenza, essa resta, di fatto, un mistero?

A gruppo nanou si deve infine la splendida immagine che illumina la performance più di ogni altra sperimentazione lessicale, quando la voce di Amico offre un parallelo illuminante tra la sensazione di cogliere il mistero di una notte stellata pur senza conoscere la complessità fisica del firmamento e quella di percepire l'intensità profonda e segreta di una coreografia pur riconoscendo che il sistema complesso di cui fa parte può anche rimanere oscuro.

Un'ammissione implicita, forse, che la danza contemporanea sia l'accettazione di un invito e che possa quindi vivere di contemplazione e di bellezza, anche senza parole che la decodifichino. A meno che queste non diventino necessarie, quindi poesia.

di gruppo nanou

coreografia Marco Valerio Amico, Rhuena Bracci

con Sissj Bassani, Rhuena Bracci, Marco Maretti + guests

progetto sostenuto da Scenario Pubblico, NaoCrea, Cantieri, Europateatri, Teatro Comunale di Vicenza, Civitanova Danza

visto il 12 novembre al Museo della Commendà di Prè

Safe Piece + Safe Piece: a film, di Valentina Campora | Le regole della destruttura

Recensione di Matteo Valentini

Scendendo al piano terra della Commenda di Pré veniamo avvertiti dagli organizzatori del festival: «Quando entrate in sala fate attenzione a non fare troppo rumore: ci sono bambini sul palco». Al nostro ingresso, in effetti, un bambino di circa cinque anni – Elio – sfreccia tra le sedie preparate per il pubblico e il telo nero steso a terra.

Poco dopo sulla scena compaiono anche il padre del bambino (Andy Moor) e la madre, Valentina Campora, con in braccio il piccolo Milo di un anno.

La performer improvvisa sui suoni distorti della chitarra elettrica di Moor, mentre Elio e Milo attraversano familiarmente lo spazio, interagendo con la madre, con il padre o tra loro. La struttura della performance, l’equilibrio della scena, sono continuamente messi in dubbio dalla presenza di Milo, catalizzatore delle attenzioni di tutto il pubblico.

Milo non è un puro elemento casuale messo lì per esasperare il “qui e ora” dello spettacolo.

È, piuttosto, un ibrido.

Da una parte, rappresenta un elemento destrutturante, guidato essenzialmente dal proprio desiderio di fare o non fare qualcosa, senza alcun apparente vincolo (estetico) nel mondo che lo circonda.

Dall’altra, è inserito in un percorso di crescita teatrale, documentato dal video proiettato dopo lo spettacolo, che quotidianamente lo porta a dialogare con la madre, il padre e il fratello e che va ad annullare la differenza tra l’in scena e il fuori scena.

Oltre a veicolare una potente tensione drammatica, data solo quando vita e arte si contendono il terreno, la presenza di Milo accende una riflessione sullo spettacolo: non tanto momento di riepilogo rispetto a un percorso concluso, ma parte di un laboratorio permanente in costante sviluppo.

Concept: Valentina Campora

Interpreti: Valentina Campora, Andy Moor, Elio e Milo Campora Moor

Video: Isabelle Vigier

Visto il 12 novembre al Museo della Commendà di Prè

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Illustrazioni a cura di Michela Fabbri | Illustrini

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