• Roberta Nuzzo

Demetrio e Polibio | Oltre il sipario


Ogni anno nelle settimane centrali di agosto Pesaro si anima di appassionati di opera. Prende, cioè, vita il Rossini Opera Festival, evento intitolato a Gioachino Rossini (Pesaro 1792- Parigi 1868) che ormai tradizionalmente propone tre sue opere alle quali si aggiungono presentazioni di cd o libri a tema musicale, incontri con studiosi per approfondire le opere in cartellone, concerti lirico-sinfonici e concerti di belcanto (la differenza tra i due sta nel fatto che nei primi il o i cantanti sono accompagnati da un’orchestra mentre nei secondi l’accompagnamento è affidato solo al pianoforte). In più ogni anno i giovani artisti dell’Accademia Rossiniana pesarese “Alberto Zedda” si esibiscono ne Il viaggio a Reims, grande vetrina per i nuovi talenti.

Per celebrare i primi 40 anni di questa manifestazione, una delle opere previste quest’anno era Demetrio e Polibio, a lungo discussa dai grandi studiosi della Fondazione Rossini. Affascinante tutto il lavoro di creazione dell’edizione critica che, a dichiarazione del maggiore responsabile, Daniele Carnini, non sarebbe neanche ancora conclusa. I problemi sono molti. Il principale è senza dubbio dovuto al fatto che non esista un autografo della partitura (vale a dire una prima stesura firmata dall’autore), fatta eccezione per il Quartetto “Donami omai Siveno”, presente nella collezione della Fondazione e visibile in una teca del Museo Rossini di recente inaugurazione. Come spiega Carnini in un saggio, ha dovuto confrontare ben otto copie dell’opera, talvolta incomplete, sparse per tutta Italia. Si tratta della prima opera di Rossini, scritta in tenera età. La leggenda vuole che sia stata composta dall’autore pesarese addirittura a tredici anni e poi eseguita la prima volta qualche anno dopo.

Molte le impronte settecentesche: i motivi musicali, l’evoluzione intricata della trama stessa, la struttura dell’opera, come sequenza di pezzi chiusi che danno maggior rilievo alle voci più che allo spettacolo nell’insieme. In tanti punti la musica ricorda Mozart e probabilmente Rossini si rifaceva anche ad autori della sua epoca, per noi minori o che forse non conosciamo nemmeno.

Quest’anno veniva riproposta la produzione del 2010 con la regia di Davide Livermore (ripresa da Alessandra Premoli), le scene e i costumi dell’Accademia delle Belle Arti di Urbino e le luci di Nicolas Bovey.

Lo spettacolo voleva essere un chiaro omaggio a tutto il meccanismo teatrale che sta dietro alle quinte ogni qualvolta un sipario deve ancora aprirsi o si sta chiudendo: sul fondo della scena, prima che la sinfonia inondasse la platea, un sipario si chiudeva, si sentivano gli applausi e gli artisti ringraziavano facendo profondi inchini porgendo la schiena a noi spettatori “veri”. A quel punto sulle prime note della musica si riempiva il palco (quello vero!) di attrezzisti, tecnici della luci, addetti alle scene, pompieri, addetti alla sicurezza che annotavano su taccuini, davano segnali ad altri, smontavano e spostavano oggetti serviti fino a poco prima per ricreare un ambiente immaginario. La trama del Demetrio allora si svolgeva proprio lì, in mezzo a camerini, abiti di scena smessi e pronti per un nuovo spettacolo, finte scale, finte balconate, un pianoforte, cavi che attraversavano tutto il palco, specchi e appendiabiti pieni zeppi di vestiti.

Così costruito non era neanche chiaro (ma forse così era voluto dal regista) in quale epoca fosse ambientata la scena. Gli abiti dei soli quattro personaggi e protagonisti dell’opera, che sembravano contemporanei a Rossini, erano i loro oppure erano quelli che indossavano nello spettacolo poco prima concluso?

Inoltre, la regia era piena di movimento: per ogni personaggio ne esisteva una copia, vale a dire un'altra figura identica nei vestiti e nel trucco che, senza cantare, andava a sostituire talvolta l’altro creando ancora le illusioni del teatro. In questo modo, per esempio, mentre la vera Lisinga usciva dalla scena a destra, un’altra lei rientrava in contemporanea da sinistra dando continuità alla scena e spiazzando il pubblico.

Entrando ora nel merito del cast, tra tutti ha brillato la Lisinga di Jessica Pratt. Una parte molto ardua vocalmente, tanto da essere considerata per difficoltà pari a quella della Regina della Notte nel Flauto Magico. Entrambe le sue arie (“Sempre teco, ognor contenta” e “Superbo ah! Tu vedrai”) sono state risolte con una facilità e una grinta, a mio avviso, incomparabili oggi. Acclamatissima dal pubblico durante e al termine dello spettacolo. Non da meno sono stati Cecilia Molinari, mezzo soprano dal timbro morbido ed elegante e Juan Francisco Gatell, tenore dalla voce poco potente ma bellissima e valorizzata in tutta la sua tecnica da un teatro piccolo come il Rossini. Della prima citiamo il duetto con Lisinga “Questo cor ti giura amore”, riproposto anche come bis nel concerto che vedeva proprio le due donne protagoniste di un programma tutto rossiniano. In questo atto di grande amore tra loro, le voci si fondevano creando un suono nuovo, delicato, rassicurante che sapientemente riempiva tutto il teatro regalando a noi spettatori un sogno ad occhi aperti. Ho trovato invece meno persuasivo il basso Riccardo Fassi nel ruolo di Polibio. Nonostante abbia tecnica e timbro promettenti, l’interpretazione, nel suo insieme, risultava piuttosto piatta e poco coinvolgente.

Al termine dello spettacolo l’omaggio alle ultime figure che ancora non erano comparse in scena: due ballerini, un uomo e una donna, entravano danzando sulle punte... chissà che non stessero aspettando, a quel punto, che il sipario sul fondo della scena si aprisse su un nuovo pubblico.

Elementi di pregio: una regia moderna che aggiungeva qualcosa in più al libretto dell’opera; le voci, soprattutto quelle femminili.

Limiti: orchestra e coro non ai massimi livelli.

Visto al Teatro Rossini il 18 agosto 2019.

Direttore d’orchestra: Paolo Arrivabeni

Regia: Davide Livermore

Ripresa della regia: Alessandra Premoli

Scene e costumi: Accademia di Belle Arti di Urbino

Luci: Nicolas Bovey

Personaggi e interpreti:

Lisinga: Jessica Pratt

Demetrio-Siveno: Cecilia Molinari

Demetrio-Eumene: Juan Francisco Gatell

Polibio: Riccardo Fassi

Coro del Teatro della Fortuna M. Agostini

Maestro del coro: Mirca Rosciani

Filarmonica Gioachino Rossini.

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Illustrazioni a cura di Michela Fabbri | Illustrini

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