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Festival Les Nuits de Fourvière | La vertigine aerea e il corpo collettivo

  • Francesca Oddone
  • 18 ore fa
  • Tempo di lettura: 7 min

Overview


Il festival Les Nuits de Fourvière rappresenta uno dei principali appuntamenti estivi di Lione dedicati alla creazione contemporanea. Il suo spazio di elezione rimane quello dei teatri romani sulla collina di Fourvière, pur estendendosi ogni anno a numerosi altri luoghi della città. L'edizione 2026 ha riunito oltre sessanta spettacoli articolati su undici sedi, da Les SUBS al Radiant-Bellevue, fino alla Halle Tony Garnier. Accanto a una vasta programmazione musicale, il festival ha proposto diciotto spettacoli di danza e numerose creazioni performative che attraversano acrobatica, teatro fisico e arti circensi. Tra queste, le opere di Rébecca Chaillon, Angélica Liddell e Vimala Pons, accomunate da una forte centralità del corpo e della presenza scenica. 


Nella varietà delle discipline e delle estetiche proposte, e nella volontà di raggiungere audience diverse, una domanda ricorrente mi è parsa attraversare la scena performativa, come una vena che percorre tutta la materia: in quali condizioni può continuare a esprimersi il corpo contemporaneo? 


Revoir les étoiles di Circa_ Foto di Paul.Bourdrel
Revoir les étoiles di Circa_ Foto di Paul.Bourdrel

Il corpo aereo e il corpo collettivo


Nella serata di avvio del festival al Grand Théatre, la luce è radente e una traccia sonora eseguita live da quattro strumentisti invade gradualmente lo spazio scenico. Appena delimitato da alcune colonne romane mozzate, il palco dialoga con l’architettura antica che accoglie Revoir les étoiles, creazione della compagnia acrobatica australiana Circa. Revoir les étoiles è una creazione sofisticata, ma dall’impatto scenico immediato. Prima mondiale e coproduzione di Les Nuits de Fourvière, lo spettacolo permette alla manifestazione di presentarsi non solo come luogo di diffusione, ma come soggetto che concepisce nuove opere. In un anno simbolico quale l'ottantesimo anniversario, inaugurare con un’opera che incarna la natura interdisciplinare del festival ne rafforza l’identità.


Nella concezione, regia e scenografia di Yaron Lifschitz, il corpo è esposto al rischio: cade, si solleva, si affida agli altri. La dimensione spettacolare del virtuosismo non è fine a sé stessa. Al di là del volteggio, dei tessuti aerei, dei salti, l’estetica proposta da Circa genera una riflessione sulla vulnerabilità e sulla possibilità di rinascita. Il riferimento alla Divina Commedia — uscire dalle profondità e tornare a riveder le stelle — dà alla performance una dimensione esistenziale: il corpo attraversa una prova e ne emerge trasfigurato. È il corpo aereo, che riemerge dalle tenebre.


Confrontando l’estetica di questa prima rappresentazione con alcune delle opere performative che seguono nella programmazione del festival, ad esempio Honda Romance di Vimala Pons oppure Delay the Sadness / House di Sharon Eyal è possibile intravedere un altro filo conduttore abbastanza robusto: il corpo contemporaneo è un organismo sottoposto a forze che lo attraversano, costringendolo continuamente a reinventare il proprio bilanciamento. 


HondaRomance di Vimala Pons_ Foto di Makoto Chill Ôkuboôkubo
Honda Romance di Vimala Pons_ Foto di Makoto Chill Ôkuboôkubo

In Honda Romance, un congegno scenico che riproduce un enorme satellite schiaccia il corpo dell’interprete a terra, richiamando il peso della tecnologia, del sovraccarico informativo, delle emozioni e delle relazioni, più in generale di tutti gli eventi che gravano sull'esistenza. È una variazione di un tema centrale nel lavoro di Vimala Pons: portare oggetti enormi per mostrare lo sforzo necessario nel mantenere l’equilibrio. Dieci performer accompagnano l’autrice attraverso una moltitudine di stati psichici, con una fisicità precisa ma anche precaria. Nella prima parte dello spettacolo Vimala Pons affronta da sola la vulnerabilità: il corpo viene spinto verso l'eccesso, esposto al peso, alla forza di propulsione dei cannoni ad aria. Nella seconda parte, invece, gli interpreti e gli spettatori insieme sono chiamati a una profonda forma di resilienza, attraverso la quale accogliere e contenere l’incessante massa di impulsi fisici e incursioni emozionali. Se in Revoir les étoiles il corpo si confrontava con la gravità, qui è immerso in un ambiente grondante di dati, oggetti scenici e forze centrifughe. È il corpo sovraccarico, che fa fronte all’accumulazione e al caos.


Nel dittico coreografato da Sharon Eyal - interpretato dal Ballet de l’Opéra de Lyon, nel caso di House, e dalla compagnia Sharon Eyal Dance, nel caso di Delay the Sadness - la trasformazione emotiva sembra invece abitare il rapporto tra individuo e gruppo. L’insieme dei danzatori si compatta, si disgrega, ritrova nuove configurazioni attraverso una gestualità sincrona e millimetrica. Il movimento diventa il vettore per attraversare emozioni come dolore, solitudine o consolazione e la fragilità individuale viene impastata nella presenza degli altri. L'ambiente non è più materiale ma umano. Il milieu coincide con il gruppo, che pulsa, sostiene l'individuo e allo stesso tempo lo assorbe. È il corpo collettivo che si manifesta.


Gli spettacoli a cui il pubblico assiste in questa edizione del festival sono caratterizzati da linguaggi profondamente diversi: dal circo aereo della pièce di apertura, alla performance fisica e teatrale di Honda Romance, fino alla scrittura coreografica di questa terza proposta. Eppure, tutti interrogano la maniera in cui i corpi resistono, si adattano e si trasformano. Lette insieme, queste tre opere sembrano indicare un percorso: il corpo che affronta la gravità; il corpo che affronta l'eccesso; il corpo che affronta la separazione, il dolore e la necessità del legame. In ognuna di esse, il corpo non riveste una forma stabile, ma è elemento di un processo.


Il concetto di processo emerge anche nei dispositivi partecipativi proposti da Philippe Découflé, con Extra Bal, e da Boris Charmatz, con Cercles, attraverso i quali la danza diventa un’esperienza di relazione più che una semplice rappresentazione, capace di generare comunità temporanee. Qui il corpo non è più soltanto chiamato a resistere, adattarsi o trasformarsi: è invitato a condividere il movimento con altri corpi, appropriandosi così di una dimensione propriamente collettiva nella quale la danza produce uno spazio comune.


Ed è esattamente da questo spazio condiviso che lo sguardo dello spettatore approda allo spazio simbolico delle acque in bianco e nero di Le Lac des cygnes di Angelin Preljocaj. Se all'inizio di Les Nuits de Fourvière il corpo sembrava poter conquistare l’infinito, sul finale è costretto a misurarsi con un paesaggio terreno, colonizzato dalla presenza umana. Non è soltanto la conclusione della programmazione: è l’esito di un percorso che conduce dalla possibilità sconfinata del movimento alla responsabilità di occupare il mondo.


Scrivere su Le Lac des cygnes di Preljocaj richiede una certa distanza. L'opera porta con sé il peso di un'eredità immensa: ogni nuova versione entra inevitabilmente in dialogo con il balletto romantico e con le numerose riletture che l'hanno preceduta. Lo spettacolo dispiega inoltre molteplici livelli di lettura: coreografia, drammaturgia, scenografia, musica, video, costumi, riferimenti politici. Il rischio è allora quello di voler abbracciare tutto. Come spesso accade con le coreografie che resistono a un’interpretazione immediata, a un mese dalla fruizione dello spettacolo, alcune immagini riaffiorano alla memoria mentre altre sprofondano inaspettatamente, facendo emergere una forma per farne scomparire un'altra. 


La visione che resta, più di ogni altra, a definire la creazione di Preljocaj è la trasposizione dell'immaginario fiabesco delle leggende germaniche e slave - cristallizzato nella coreografia di Petipa e Ivanov - in un paesaggio di epoca industriale. La vicenda costruita sulla partitura di Čajkovskij resta riconoscibile, ma il suo orizzonte muta radicalmente.


Le Lac des cygnes di Preljocaj (Ballet Preljocaj)_Foto di Jean Claud Carbonne
Le Lac des cygnes di Preljocaj (Ballet Preljocaj)_Foto di Jean Claud Carbonne

Nel suggerire che il lago perda le sue caratteristiche di spazio naturale per assumere quelle di un ambiente contaminato dal progetto umano, il coreografo francese non propone soltanto una sostituzione scenografica del paesaggio ottocentesco: ci rivela la trasformazione del nostro immaginario. Osservando la presenza della fabbrica al centro del lago, colpisce la naturalezza con cui la accettiamo, come un dato acquisito. Il meraviglioso romantico si dissolve ancora prima che la storia abbia inizio. 


Quanto al lago, non è più un paesaggio da contemplare: è un ecosistema nel quale la creazione video di Boris Labbé, le luci di Éric Soyer e i gesti dei danzatori del Ballet Preljocaj abitano una vicenda nota, tesa nello slancio del continuare a esistere. In questo paesaggio trasformato, il cigno stesso perde la propria centralità, spostando il tema dell’opera sulla maniera di abitare un mondo divenuto inospitale.


D’altronde, se ricominciassi a scrivere domani, sceglierei forse un’altra prospettiva per raccontare questa stessa opera: il paradosso del cigno assente. Mi sorprendo a pensare che Preljocaj non desideri tanto rappresentare l'animale, quanto conservarne l'idea. Il cigno diventa una traccia, più che una presenza. Questo è forse il privilegio della scrittura retrospettiva: riconoscere che uno spettacolo continui a lavorare sul nostro sguardo molto tempo dopo la rappresentazione, invitando a riflessioni sempre nuove. 


Quando le luci si spengono


Quando gli spettatori lasciano lentamente i gradoni di Fourvière, il percorso delle Nuits tocca delicatamente il proprio punto di arrivo. Nel pubblico permane il ricordo degli spettacoli visti, ma anche la sensazione di avere attraversato, per alcune settimane, una serie di forme diverse di relazione: corpi sospesi nel cielo, corpi sottoposti alla fatica, corpi che cercano un equilibrio nella vibrazione collettiva, corpi che condividono il movimento e corpi che si confrontano con un ambiente divenuto inospitale.


La danza e la performance sembrano così aver condotto, ciascuna attraverso il proprio codice, dalla vertigine del corpo individuale al corpo collettivo. E questo passaggio aiuta forse a comprendere anche l’affezione che i lionesi nutrono nei confronti del festival. 

La collina di Fourvière, con la sua ampia vista sulla città, è a tutti gli effetti uno spazio monumentale e suggestivo, ancor più in una notte di luna piena. Ma l’elemento cardine nella riuscita delle Nuits non risiede soltanto nei tempi, nei luoghi e nella varietà delle forme che caratterizzano la rassegna — estiva, radicata nei teatri romani, multidisciplinare, aperta alla programmazione internazionale — bensì nella possibilità di trasformare lo spettacolo in un’esperienza civica condivisa.


È in questo movimento tra scena e spettatori, tra spazio monumentale e spazio vissuto, che il festival costruisce una comunità temporanea e, attraverso di essa, una forma di appartenenza. Ciò che si percepisce nel teatro romano, infatti, non resta confinato alla fruizione della scena. Il pubblico si incontra, consuma bevande ghiacciate, applaude, lancia in aria i cuscini messi a disposizione sulle gradinate, ritorna; la città si appropria ogni estate di un luogo che la storia ha consegnato al suo immaginario.


Nelle parole di Vincent Anglade, codirettore di Les Nuits de Fourvière insieme a Emmanuelle Durand, si è trattato di un’edizione esigente, resa ancora più complessa dalle forti ondate di calore che hanno messo alla prova le équipe tecniche e gli artisti. Tuttavia, l’anniversario ha raccolto riscontri eccezionali di pubblico e ha rappresentato l’occasione per celebrare la storia della manifestazione attraverso momenti di festa, come i balli partecipativi, mantenendo una fortissima sensibilità verso la creazione contemporanea.


Questa capacità di tenere insieme corpi, generazioni, linguaggi e memorie, in uno spazio antico ma estremamente conviviale, costituisce la cifra caratteristica del festival: rendere la cultura un insieme di momenti ed emozioni nel quale una città può ripetutamente riconoscersi.


Honda Romance di Vimala Pons_ Foto di Makoto Chill Ôkuboôkubo
Honda Romance di Vimala Pons_ Foto di Makoto Chill Ôkuboôkubo

Visto a Lione, 28 maggio - 25 luglio 2026

Les Nuits de Fourvière Théâtres romains de Fourvière17, rue Cleberg 69005 Lyon (FR)


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Illustrazioni a cura di Michela Fabbri | Illustrini

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