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L’ultimo amore del principe Genji | L’amore che non parla di amore

  • Immagine del redattore: Claudia Burzoni
    Claudia Burzoni
  • 1 giorno fa
  • Tempo di lettura: 4 min

Non so se considerarlo un brutto vizio o una forma di prevenzione, sta di fatto che, così come evito recensioni e trailer di un film in uscita, allo stesso modo non mi informo e non leggo nulla prima di uno spettacolo a me del tutto estraneo. Mi racconto di non volermi far influenzare dalle opinioni altrui e di non volermi creare immagini precostituite. Ripeto: non so se sia un atteggiamento consono, ma per me è la forma più pura di riflessione sia sull’opera che sulle sensazioni “strambe” che mi ha suscitato. 


Perché ora, quando meno me lo aspetto, il mio paese appare. Si può dire che mi perseguiti, ma non lo considero di certo invadente.

L’ultima volta che mi è capitato di percepirlo è arrivato proprio tra i corridoi di una machiya, scaraventandomi nel corteo del Venerdì Santo: il foyer del Teatro Due, allestito in modo da sembrare in tutto e per tutto un’abitazione tipica giapponese, non era più tale, per me. Il soffitto era scomparso, aprendosi alle stelle; i piedi che camminavano con me, non erano più quelli di spettatori e spettatrici, bensì dei miei compaesani che, a passo lento, stanno dietro la croce. Questo è accaduto perché L’ultimo amore del principe Genji di Marilena Katranidou, tratto dall’omonima rielaborazione di Marguerite Yourcenar in Racconti orientali, è – in estrema sintesi– la messa in scena dei ricordi. E il mio ricordo, quella sera, sapeva del mio paese, del suono delle campane e delle cicale, delle strade vuote la domenica pomeriggio e dei giri in bici in piena notte, il paese delle nonne e dei “di chi sei figlia tu?”, quel paese che «ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via», ma «che anche quando non ci sei, resta ad aspettarti¹».


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Foto di Andrea Morgillo

Il principe Genji, ormai sfiancato dall’età e dalla cecità, si ritira a una vita ascetica, mentre i suoi pensieri si dividono tra la certezza di morire e la strenua ricostruzione di ricordi felici.In parallelo, la Signora-del-villaggio-dei-fiori-che-cadono che, venuta a conoscenza della cecità del principe, decide di approfittarsi di lui fingendosi una giovane principessa e riuscendo così a trascorrere gli ultimi giorni di lui al suo fianco. 


Il coro, intanto, ci racconta: Genji e la Signora sono stati amanti; lui la incontrava nel villaggio di lei in notti fugaci. Lui ha continuato la propria vita incontrando altre amanti, lei ha trascorso giorni ad attenderlo e ricordarlo, convinta che il loro fosse un grande amore ostacolato esclusivamente dalle differenti condizioni sociali. 

È così che, l’ultimo giorno di vita di Genji, la Signora decide di rivelargli la sua vera identità convinta di regalargli un ultimo ricordo felice: è la Signora-del-villaggio-dei-fiori-che-cadono, ma lui non ricorda questo nome. Quello che per una è stato un appiglio all’incessante trascorrere degli anni, per l’altro non fu che un’avventura di facile dimenticanza. 


Nel lavoro di Katranidou non traspare alcun intento moraleggiante o volontà di schieramento – nonostante lo struggimento sia inevitabile–, dal momento che entrambi ne escono sconfitti e sofferenti. Non è solo il tormento condiviso a non creare fazioni, ma anche la serie di suggestioni prodotte nel corso di tutta la performance, costruita nella sfera dell’onirico e del vacuo (elementi resi ancora più efficaci dall’impossibilità di dare immediatezza al testo, essendo in lingua greca): la storia tra Genji e la Signora, dunque, è una sorta di casus belli volto a suscitare piccoli conflitti interiori, cortocircuiti e sovrapposizioni nell’animo degli spettatori; ed essendo l’anima territorio neutro, può accadervi di tutto, anche di ritrovarsi a pensare a una delle tante processioni del Venerdì Santo accompagnata dalla nonna, nel minuscolo paese in cui sono nata e cresciuta, anche se tutto ciò che ho intorno rimanda al Giappone e a una storia d’amore in cui i personaggi parlano in greco. 


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Foto di Andrea Morgillo

Come anticipato, L’ultimo amore del principe Genji altro non è che uno specchio di come i ricordi possano colpirci, nella loro imprevedibile e brutale bellezza. È la sorpresa del risveglio di sensazioni che, in tanti anni e in tanti modi, abbiamo tentato di seppellire, siano esse connesse a un luogo, a una persona o a un episodio. Per scalzare dalla posizione egemonica la nostalgia connessa a un amore mancato, finito o tormentato, Katranidou ci svela che il nostro inconscio è imprevedibile quando si tratta di ricordi: possiamo fare come Genji, ovvero cercare di radunare tutti quelli felici dimenticandoci di assaporare il presente; oppure come la Signora-del-villaggio-dei-fiori-che-cadono, aggrapparsi strenuamente alla convinzione di un ricordo felice per poi cadere rovinosamente una volta scoperto che il valore attribuito a un ricordo non è lo stesso per entrambi.

Genji e la Signora non sono così distanti, alla fine, e a suggerirci una riflessione in merito è una zuppa preparata dalla donne del coro dall’inizio dello spettacolo: vivi i ricordi, ma non nei ricordi. Raccontali, assaporali, capta le sensazioni che ti suscitano, ma poi siediti, la zuppa è pronta. E la vita deve andare avanti.

¹ C.Pavese, La luna e i falò, Einaudi, Torino, 1950


Visto presso il Teatro Due di Parma il 12 ottobre 2025

con Aliki Atsalaki, Dimitra Kandia, Eirini Kyriakou, Sotiria Koutsopetrou, Martha Pasakopoulou, Katerina Peki, Konstantina Samara, Christos Strinopoulos, Vasilis Tryfoultsanis e con Oros ensemble Eirini Krikoni violino, Dimitris Karagiannakidis violoncello, Kostas Zigeridis bayan, Vasilis Zigeridis kanun, Antonios Tsachtanis clarinetto

scene e costumi Dido Gkogkou

luci Luca Bronzo

musiche originali Apostolis Koutsogiannis

sculture Vincenza Zampardi

direzione coro e preparazione vocale Dimitra Kandia

coreografie Martha Pasakopoulou

collaborazione drammaturgica Korina Vasileiadou

videographer / assistant director Karina Logotheti

artistic collaborator Simos Riniotis

video Andrea Morgillo

produzione Fondazione Teatro Due / Teatro Festival Parma

si ringrazia per la collaborazione National Theatre of Greece

durata 70 minuti


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Illustrazioni a cura di Michela Fabbri | Illustrini

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