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Le Palestriti | Fare corpo

Francesca Oddone
1 ora fa
Tempo di lettura: 5 min
Arianna Brugiolo, Federica D’Aversa, Valentina Foschi, Sara Cavalieri in Le Palestriti di Simona Bertozzi_ Foto di Valeria Manna
Le Palestriti di Simona Bertozzi _ Foto di Valeria Manna

Le Palestriti, creazione di Simona Bertozzi, sono arrivate per me nell’ultima giornata di NID Platform 2026, appuntamento professionale dedicato alla scena coreografica italiana, coordinato quest’anno a Torino dalla Fondazione Piemonte dal Vivo. 

Il titolo di questo lavoro, nato all’interno del progetto ATHLETES, che esplora le relazioni tra danza contemporanea, sport e vocalità, fa riferimento alle giovani atlete raffigurate nel celebre mosaico della Villa Romana del Casale, a Piazza Armerina, in Sicilia: una rara rappresentazione dell’agonismo femminile nell’antichità. Vi compaiono giovani figure impegnate in diverse attività atletiche — dalla corsa al lancio del disco, dagli esercizi con i pesi ai giochi con la palla — nonché la premiazione della vincitrice, incoronata e celebrata con una palma.


Tra le proposte della decima edizione di NID — Coreografie del possibile — a cui ho assistito, Le Palestriti mi sembra rivelare una particolare cura e complessità della concezione: si tratta di un'opera stratificata, che evolve in maniera organica rivelando un dislocamento interessante per chi osserva. Il riferimento storico e culturale, la scrittura del gesto, la pratica sportiva, la vocalità, la musica e lo spazio concorrono a costruire un unico dispositivo scenico. La struttura, inserita nel contesto post-industriale delle OGR di Torino, è sufficientemente flessibile per adattarsi a diverse configurazioni della superficie scenica e del pubblico, disposto intorno a tutti i lati del quadrato scenico, senza un unico fronte privilegiato. Lo sguardo è così continuamente sollecitato a cambiare posizione, mentre le traiettorie delle interpreti si aprono in più direzioni e lo spettatore è immerso nel campo d’azione, come dentro a un’arena.


La creazione si apre con quattro danzatrici ai margini della pedana, indossano felpe scure col cappuccio e ciabatte infradito. Saltano, si spostano, accennano un riscaldamento lungo i bordi del quadrato chiaro. Sullo sfondo, due grandi immagini mostrano frammenti di performance sportive. Poi le felpe vengono abbandonate, come gli accappatoi dai pugili al bordo del ring. Compaiono così dei costumi bianchi che, nella loro essenzialità e fattura, rimandano all’iconografia classica. Il costume diventa allora il primo strato di una memoria visiva: quello delle donne-atlete fissate nell’opera d’arte. Ma sulla scena il corpo non è un’immagine da ammirare. È un corpo che agisce, corre, salta, cade, resiste e si trasforma. L’antico diventa dunque materia viva della coreografia.


Arianna Brugiolo, Federica D’Aversa, Valentina Foschi, Sara Cavalieri in Le Palestriti di Simona Bertozzi_ Foto di Valeria Manna
Le Palestriti di Simona Bertozzi _ Foto di Valeria Manna

Un ampio telo con la riproduzione del mosaico sottolinea ulteriormente questo passaggio, introducendo una nota lievemente didascalica. L’immagine, inizialmente oggetto di contemplazione, viene manipolata dalle interpreti, che ne afferrano gli angoli e la trasformano in materia di un’azione scenica. L’elemento storico non viene semplicemente citato, bensì messo in movimento.


È nella gestualità che Le Palestriti compie il suo principale dislocamento. La coreografia attinge a gesti riconducibili all’allenamento e alla pratica — lanciare, spingersi, sostenere il peso, mantenere l’equilibrio — ma sembra progressivamente sottrarli alla logica della prestazione. I movimenti si svolgono al rallentatore, quasi mimando in maniera straniante la gestualità della performance sportiva, su una traccia sonora che riproduce i rumori e le acclamazioni del pubblico da stadio. A questo immaginario contribuiscono anche alcuni accessori — scudo, spada, casco da fantino, conchiglia paragenitali, polvere di magnesite — che accentuano lo slittamento ludico e straniante della scena.


Oggetto di scena in Le Palestriti di Simona Bertozzi_ Foto di Valeria Manna
Le Palestriti di Simona Bertozzi _ Foto di Valeria Manna

Il gesto individuale viene ripetuto, modificato, interrotto e ricomposto attraverso la presenza delle altre interpreti. La scena diventa così un territorio di relazione. La disciplina convive con il gioco, la precisione con l’imprevisto, la forza con la vulnerabilità. Le quattro presenze si avvicinano, si incrociano, si affrontano fino ad aggregarsi, facendo emergere una fisicità che non appartiene a un singolo corpo, ma al gruppo. È qui che il titolo acquista una seconda dimensione: Le Palestriti sono adesso quattro donne contemporanee che sembrano allenarsi a fare corpo, convergendo verso un'esperienza condivisa.


Il riferimento all’immagine antica si fa più significativo quando le interpreti abbandonano le tuniche bianche e lasciano apparire il bikini che riprende quello delle atlete raffigurate nell’opera musiva. A quel punto, il corpo è ancora più esposto, ma questa esposizione non lo rende fragile; al contrario, diventa il punto di partenza nella costruzione di una forza che si afferma e si amplifica.


Anche la dimensione vocale che si alterna ai silenzi è molto interessante e prolunga la fisicità del movimento. Respiri, suoni e sussurri entrano nella partitura insieme ai gesti, rendendo udibile ciò che accade nei corpi: lo sforzo, la tensione, l’accelerazione, il recupero. «La meta, tocco, lancio, nella mischia, il cuore in gola, passo, schiaccio»: parole isolate, verbi d’azione, frammenti di esperienza fisica si susseguono come impulsi, mentre la respirazione individuale si organizza in una voce collettiva.


Arianna Brugiolo, Federica D’Aversa, Valentina Foschi, Sara Cavalieri in Le Palestriti di Simona Bertozzi_ Foto di Valeria Manna
Le Palestriti di Simona Bertozzi _ Foto di Valeria Manna

Questa materia vocale si intreccia con la musica originale di Meike Clarelli e Davide Fasulo, componendo una partitura che sembra seguire da vicino gli stati fisici delle interpreti. L’irruzione di brani pop riconoscibili, da Like a Prayer di Madonna a Road to Nowhere dei Talking Heads nel finale, sposta nuovamente il registro, trasformando la scena in uno spazio di gioia e di appartenenza.

La competizione non scompare, ma viene trasformata. L’avversaria non è soltanto un corpo da battere: può diventare il punto d’appoggio necessario per continuare il movimento. La resistenza non è quindi la capacità di sopportare uno sforzo, ma la possibilità di resistere insieme. Da una rappresentazione antica di corpi femminili impegnati nell’agonismo, Le Palestriti costruisce un’immagine contemporanea del corpo come luogo di alleanza, che si mette alla prova, si confronta, si ascolta e infine si accorda, celebrando la vittoria dell’altra come una forma di vittoria condivisa.


C’è poi una risonanza che Le Palestriti non ha bisogno di dichiarare per produrre. In un presente in cui i corpi delle donne non cessano di essere oggetto di violenza, queste figure femminili che si allenano alla potenza, alla resistenza e soprattutto alla reciprocità assumono un’intensità particolare e commovente. Non sono corpi invulnerabili, né semplicemente esibiti nella loro energia: sono corpi che imparano a sostenersi, a esserci, a reagire insieme. Fare corpo diventa una forma di resistenza collettiva. 


È anche a partire da qui, approdando a questa edizione di NID Platform con l’abitudine ai linguaggi della scena francese, che ho riattraversato le proposte a cui ho avuto accesso. Sebbene per ognuno degli spettacoli a cui ho assistito sarebbe necessario un discorso specifico, mi è sembrato di intravedere una scena coreografica italiana parzialmente condizionata da modalità di diffusione che privilegiano soprattutto la leggibilità e la dimensione estetica. Mi sono allora domandata se, in questo contesto, il corpo non corra il rischio di essere ostacolato nella propria capacità di farsi veicolo di idee, messaggi, disagi o forme di ribellione più radicali, che attraversano la nostra società. Alcune proposte mi sono apparse molto prudenti, come se faticassero a occupare quello spazio di libertà e creatività che la danza può offrire. È in quest’ottica che ho scelto di soffermarmi su Le Palestriti: una creazione che, accanto alla precisione della forma, lascia emergere una ricerca più ampia, capace di interrogare la cultura e la memoria, il corpo femminile, la relazione e lo slancio collettivo e che, nel mio sguardo, assume anche una precisa valenza femminista.


La tensione, in questo lavoro di Simona Bertozzi, circola tra i corpi e nel gruppo trova la possibilità di moltiplicarsi, fino a trasformarsi in una forza che appartiene a tutte.


Arianna Brugiolo, Federica D’Aversa, Valentina Foschi, Sara Cavalieri in Le Palestriti di Simona Bertozzi_ Foto di Valeria Manna
Le Palestriti di Simona Bertozzi _ Foto di Valeria Manna

Visto a OGR Torino, nell’ambito della NID Platform 2026, Coreografie del possibile, il 4 settembre 2026


Foto di Valeria Manna (www.flickr.com/photos/babooskav/)


Le Palestriti | Simona Bertozzi

coreografia Simona Bertozzi

preparazione vocale Meike Clarelli

creato con e danzato da Arianna Brugiolo, Federica D’Aversa, Valentina Foschi, Sara Cavalieri (in sostituzione di Paola Drera)

musica originale Meike Clarelli, Davide Fasulo

disegno luci e assistenza tecnica Rocio España Rodriguez

costumi Simona Bertozzi, Katia Kuo, Cristiana Suriani

ufficio stampa Michele Pascarella

organizzazione Francesca Proietti

amministrazione Roberto Berti

produzione Nexus Factory

con il sostegno di Ministero della Cultura, Regione Emilia-Romagna, Comune di Bologna

con il supporto di Festival Danza Estate

in collaborazione con ALMASTUDIOS Bologna





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Illustrazioni a cura di Michela Fabbri | Illustrini

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