• Marta Cristofanini - Marco Gandolfi

Macbettu | Lingua dell'io e corpi sonori


La lingua dell'io | Recensione a cura di Marco Gandolfi

Noi siamo la lingua che parliamo. Il rapporto che esiste tra la definizione dell'identità e il linguaggio è il nesso che ci costituisce a partire dal momento in cui pensiamo “io”: non possiamo pensarlo al di là della lingua. Così Macbettu non è Macbeth in un'altra lingua: è Macbettu. Ma è impossibile uscire dal confronto con la traduzione, con lo spostamento della parola in un diverso campo significante: il disagio che si prova ad ascoltare «Out out brief candle!» detto con parole altre è la sensazione che accompagna l'atto di squarciare il velo della costruzione artefatta del reale. La presa di coscienza che il dato in sé non è raggiungibile, a teatro, nella vita, ma mediato solo da una lingua che è certo strumento di conoscenza, ma anche orizzonte solo metaforico in cui ci muoviamo.

Macbettu è tutto questo, nella sua premessa, prima ancora di cominciare, nell'idea di vedere Shakespeare recitato in sardo. Poi - come fosse nulla - c'è una messinscena magnifica, raffinata, amorevolmente costruita in ogni piccolo dettaglio. Il rumore assordante in apertura di pugni battuti sul metallo. Le streghe infantili e clownesche che si fanno i dispetti. Sacro e profano, sublime e sotterraneo.

Il mistero più grande è che ancora oggi nell'infinito passaggio di elaborazioni e rivisitazioni, rimandi e richiami, spostamenti e traduzioni, una volta in più, aspettando la prossima, noi si diventi - incarnandolo - Macbeth. Oggi nella forma di Macbettu.

Corpi Sonori | Recensione a cura di Marta Cristofanini

Un epos dai rintocchi cupi, profondi, arcaici. Una narrazione densa di richiami ad una società contadina e violenta, dove tenebre secolari sembrano avvolgere l’intera vicenda per tutta la sua durata, scandita da una trama sonora notturna, fatta di bisbiglii allucinatori e fruscii di bestie, una polifonia gutturale dove suono e parola si fanno granitiche, raschianti presenze.

Il lavoro di Alessandro Serra, da sempre legato ad una cesellatura visiva della scena sopraffina, traccia nel suo Macbettu un pattern sonoro difficilmente eludibile, grazie alla decisa potenza degli attori che si fanno risonatori di carne e anima. Pensando agli spettacoli passati di Teatropersona (Trattato dei manichini o AURE, ad esempio, facenti parte della “trilogia del silenzio”) avvengono davanti a noi lampi-fotogrammi in cui buio e luce si intersecano, sovrapponendosi e stagliandosi uno contro l’altro, come caravaggesche contrapposizioni di paesaggi interiori, intimi, dove nulla registicamente è lasciato al caso. Il lavoro meticoloso sul corpo si ispira ai principi della biomeccanica, infondendo ai movimenti una sacralità inusuale anche per le sperimentazioni del teatro fisico, merito di un’attenzione particolare ai principi del teatro orientale No.

Il Macbettu mantiene e riconferma tutto ciò, dimostrando di essere una messinscena compatta, dal tessuto resistente, dotata di una gravità intrinseca a tratti interrotta dagli “stacchi” delle anziane/streghe in rigorosa fardetta nera: si tratta di veri e propri sketches comici dove la commedia dell’arte incontra l’iconicità del teatro orientale, dando così vita a dei quadri fumettistici dai risvolti comico-grotteschi.

L’essenzialità dell’arredamento scenico è trampolino e cornice per intuizioni geniali (l’uso plurimo dei tavolacci rimbombanti, la cassa riempita di pietre sonore, il pistoccu scricchiolante come ossa sotto i piedi di Banquo, la terra polverosa vorticante ad ogni passo) che solidificano una tensione astratta dell’ambientazione, rivendicandone la dimensione simbolica e atemporale, nonostante i concreti riferimenti all’ancestrale terra dei nuraghi.

Visto al Teatro Nazionale di Genova, sala Gustavo Modena

Tratto da Macbeth di William Shakespeare

Di Alessandro Serra

con: Fulvio Accogli, Andrea Bartolomeo, Leonardo Capuano, Andrea Carroni, Giovanni Carroni, Maurizio Giordo, Stefano Mereu, Felice Montervino

Traduzione in Sardo e consulenza linguistica: Giovanni Carroni

Regia, scene, luci, costumi: Alessandro Serra​

Collaborazione ai movimenti di scena: Chiara Michelini

Musiche: Pinuccio Sciola (pietre sonore)

Composizioni pietre sonore: Marcellino Garau

Produzione: SARDEGNA TEATRO, in collaborazione con compagnia Teatropersona, con il sostegno di Fondazione Pinuccio Sciola | Cedac Circuito Regionale Sardegna

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Illustrazioni a cura di Michela Fabbri | Illustrini

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