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Marina Giardina | Risposte dalla quarantena

Marina Giardina, oltre a fare parte di Retedanzacontempoligure e Compagnia Filò, è socia fondatrice del collettivo di videodanza Augenblick, con cui ha realizzato alcuni cortometraggi e con cui cura la rassegna internazionale Stories we dance e parte di Fuori Formato Festival.

Ha risposto alle nostra domande il 12 maggio 2020.



1) Da un punto di vista umano, cosa ha significato per te la chiusura dei teatri? Come stai vivendo questo periodo di serrata a livello personale?  Non sono affatto originale se rispondo dicendo che i teatri sono e devono continuare ad essere un luogo di aggregazione, di visione di spettacoli dal vivo ma anche e soprattutto di incontri reali, di corpi - in scena e fuori scena - e che quindi da un punto di vista umano questa sospensione, questo isolamento abbia ovviamente impedito questa fisicità. Non c'è contatto più bello per me di guardare altri occhi che guardano qualcosa insieme. Questo ora non c’è. Ognuno guarda qualcosa da solo in casa. E questa fruizione solipsistica, seppur spesso ricca di contenuti, non può durare a lungo. Proprio recentemente ho letto la risposta di Eugenio Barba a Gregorio Amicuzi del Residui Teatro di Madrid in cui di fronte a una riflessione sulle alternative e sulle possibili trasformazioni del fare teatro, adesso e in vista di un futuro che potrebbe non essere affatto semplice, rispondeva in un modo molto provocatorio che vorrei riportare in un passaggio che trovo davvero potente.

Proprio per la necessità delle parole che seguono è per me importante fare una precisazione per onestà intellettuale: il teatro non è la mia unica fonte di sostentamento. Attraverso da alcuni anni il mondo della scena artistica proponendo alcuni lavori su temi che insieme alla Compagnia Filò sento l’esigenza di indagare e curando un festival di danza e video danza per la città di Genova insieme al collettivo Augenblick. Posso quindi dire di contribuire a creare contenuti e relazioni da un punto di vista umano per rispondere alla domanda ma, anticipando la seconda domanda, dal punto di vista economico la chiusura dei teatri non sta pesando sulla mia vita. E’ come se avessi deciso che per poter fare ciò che amo fare (scrivere uno spettacolo ma anche scrivere di uno spettacolo, curare un festival o realizzare cortometraggi di danza) i soldi dovessero arrivare anche da un’altra parte. Sentite cosa dice Barba invece:

"Ho una sola certezza: il futuro del teatro non è la tecnologia, ma l’incontro di due individui feriti, solitari, ribelli. L’abbraccio di un’energia attiva e un’energia ricettiva. Nessuno ci ha obbligato a scegliere il teatro. Noi che siamo spintonati da questa necessità dobbiamo rimboccarci le maniche e dissodare il giardino che nessuno ci può togliere. Qui crescono il verme che ci rode dentro, la fame di conoscenza, i fantasmi che bisbigliano all’orecchio, la voglia di vivere con rigore la finzione di essere libero, la capacità di trovare persone che siano stimolate dal nostro agire. Dissodare, giorno dopo giorno, al di fuori delle categorie accettate e dei criteri riconosciuti. Anche se il teatro che facciamo è l’urlo di una bestia evirata o il gorgoglio del garrotato"

2) Sapresti quantificare - in termini economici o con altri parametri oggettivi - la perdita subita (da te personalmente e/o dal gruppo in cui lavori) da quando è iniziata questa chiusura? 

Uscendo dalla mia situazione personale circa le entrate economiche, che come dicevo ho scelto di non far provenire solo dal mondo culturale, posso però dire che il festival Fuori Formato che curo insieme al collettivo Augenblick e ad altre due realtà liguri Retedanzacontempoligure e Teatro Akropolis, in questo momento si trova in una situazione molto delicata. Fuori Formato, ormai alla V edizione è un festival sostenuto fin dall’inizio dal Comune di Genova, un festival a ingresso libero e data la situazione attuale in particolare per le misure restrittive derivanti dal distanziamento obbligatorio, potrebbe essere ripensato in una nuova forma.

3) Qual è concretamente la situazione attuale? Cosa si sta muovendo, quali sono le prospettive?

C’è sempre un modo per continuare. E forse ogni situazione limite, ogni impedimento lo chiarisce. Dentro una costrizione c’è spesso molta libertà se l’allenamento allo sguardo e alla ricerca continuano. Trasformare ciò che si ha. Con Compagnia Filò sto lavorando a un nuovo testo. Non possono esserci prove. Forse sarà uno spettacolo senza di noi. Forse non ci sarà lo spettacolo ma ci saranno state queste riunioni video e un archivio di materiali che si stanno accumulando. Il processo di un lavoro è cosi bello se lo rileggi come un romanzo. Sto invece ripensando a come declinare il progetto “Pensiline Non sono al capolinea”. Le azioni di consegnare piccoli foglietti con frasi tratte dai libri alle fermate dell’autobus per avvicinare la gente alla lettura, adesso paiono difficili, vuoi per un controllo da parte delle forze dell’ordine, vuoi per una reticenza a prendere qualcosa da altre mani. Forse recapiteremo cartoline a domicilio. Forse suonerò ai citofoni come una postina mettendo nella buca delle lettere i nostri piccoli pensieri. Vedremo.

Con il collettivo Augenblick invece come dicevo si sta lavorando a capire come e cosa cambiare della prossima edizione del festival Fuori Formato e infine, e sono convinta che torneremo a rifarlo, si sta desiderando da un po’ di tempo di rifare un nuovo film, e se fosse un film sulla difficoltà di fare un film in questo periodo?

4) Come pensi che le istituzioni (Stato, Regione, Comune) dovrebbero agire in questa fase? 


Trovare spazi all’aperto, (almeno per questa prossima estate che sta arrivando) potrebbe permettere di continuare a condividere insieme qualcosa presto. Questo mi auguro. Ma anche decentrare i luoghi di cultura. Gli spostamenti non sono facili, lo so, ma ci sono sicuramente spazi che non conosco che potrebbero essere considerati da raggiungere anche a piedi. Unirci. Ora che è da un po’ che non stiamo assieme.


Illustrazioni a cura di Michela Fabbri | Illustrini

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