• Roberta Nuzzo

Pietro il Grande | Quasi Rossini...


L’edizione 2019 del Festival Donizetti di Bergamo si conclude con un’opera buffa minore, poco rappresentata, intitolata Pietro il Grande, Kzar delle Russie.

Fu composta da Gaetano Donizetti a poco più di 22 anni su libretto di Gherardo Bevilacqua Aldobrandini che si ispirò per la storia alla commedia Il falegname di Livonia, tratto, a sua volta, dal francese Le menuisier de Livonie, ou Les illustres voyageurs di Alexander Duval.

L’opera andò in scena per la prima volta il 26 dicembre 1819 al teatro S. Samuele di Venezia, un anno dopo il debutto operistico del compositore bergamasco con Enrico di Borgogna (1818).

Si tratta di un’opera di nicchia, una gemma miliare nel ventaglio di particolarità che un melomane vero dovrebbe portarsi sempre dentro. Con Pietro il Grande, Donizetti imitava Rossini, che all’epoca era in voga, per guadagnarsi facilmente il favore del pubblico. Poco più tardi comincerà a sviluppare il suo stile ponendo la firma alle opere che ancora oggi lo contraddistinguono e per cui è ricordato in tutto il mondo.

La trama è piuttosto semplice: lo zar Pietro il Grande, insieme alla moglie Caterina, arriva in incognito in un borgo della Livonia, sotto il falso nome di alto ufficiale Menzicoff. Ha ragione di credere che in quel paese viva il fratello di Caterina di cui si sono perse le tracce fin dalla tenera età. Appena giunti, si trovano subito coinvolti nel litigio tra un giovane e focoso falegname, Carlo, e un viscido usuraio. L’ufficiale Menzicoff interroga Carlo sulla sua famiglia di origine e, dal momento che non ne sa nulla e risponde bruscamente, si insospettisce e lo fa imprigionare. Pensa che sia lui il cognato che sta cercando. Così, se da un lato ad aiutare lo zar troviamo il magistrato, Ser Cuccupis, uomo borioso e servile, dall’altro a venire in soccorso di Carlo c’è la Madama Fritz, padrona della locanda del paese, che farà uso di ogni sua arte per dissuadere il magistrato dalle accuse contro il giovane. Alla fine, grazie all’intervento della donna, si svelerà che Carlo non ha solo nobili origini ma che è proprio lui il fratello di Caterina. Un ultimo colpo di scena, porterà lo spettatore a scoprire che Annetta, la promessa sposa di Carlo, è in realtà la figlia di un traditore dello zar e, dopo un’apparente tensione, la natura bonaria e clemente di Pietro condurrà la vicenda ad un lieto fine.

Questo nuovo allestimento e produzione della Fondazione Teatro Donizetti di Bergamo, con la regia e le scene a cura di Ondadurto Teatro -Marco Paciotti e Lorenzo Pasquali, così fuori dal tempo, ben si adatta ad una storia tanto fantastica e divertente. Durante la sinfonia, a sipario aperto, cinque mimi con le facce dipinte, vestiti in maniera moderna ma portando le parrucche colorate che vedremo calzate dai personaggi della vicenda, costruiscono la scena, spostando e posizionando i pezzi sul palco. Sono ancora loro che, mescolati a volte al seguito di Pietro e a volte ai popolani, muovono le strutture con le ruote su cui si trovano i cantanti. Il palco non è riempito di inutili dettagli: solo una scala di pochi gradini con in cima l’insegna della locanda Fritz e il banco del lavoro del falegname Carlo. Il resto è ricreato dai coloratissimi e festosi costumi di K.B. Project, con evidenti richiami a Paul Klee. Le fantasie dei vestiti, sia maschili che femminili, sono realizzate da linee nere che incrociandosi e rincorrendosi creano figure geometriche astratte e colorate. Indossano tutti grandi parrucche dai colori sgargianti: Annetta gialla, Carlo azzurra, Caterina un enorme cono blu con la punta all’insù.

Una scena da segnalare è quella del processo contro Carlo che ricorda il tribunale nel cartone animato Alice nel Paese delle Meraviglie: un piccolo palco molto alto al centro della scena ospita il Magistrato che da quell’altezza si sente ancora più forte e invincibile. Intorno a lui, tre poltrone con un leggio e una lampada ciascuna per il notaio e i segretari del processo. La bizzarria di quanto vediamo è il diretto risultato del contenuto di un libretto in cui figure come quella del magistrato, del notaio e delle persone che dovrebbero essere garanti della giustizia, sono rese appositamente ridicole. Non a caso quando il magistrato chiede al notaio di rileggere quanto scritto, questi improvvisa parole senza un senso.

Il direttore d’orchestra Rinaldo Alessandrini ha dato una lettura frizzante a questo dramma, volutamente di stampo rossiniano. La sua decennale esperienza sul campo ha permesso di valorizzare le voci a disposizione, senza mai sovrastarle. All’interno della compagnia di canto si sono distinti i due bassi: Roberto de Candia nel ruolo di Pietro il Grande e Marco Filippo Romano in qualità di Ser Cuccupis. Fraseggiatori esperti, hanno riempito la scena con la loro simpatia unita alla consapevolezza di quanto è capace il loro strumento. Nonostante sia un’opera minore, non è priva di passi difficoltosi. Una prova è data dall’aria di Annetta, personaggio secondario dal punto di vista vocale, che il soprano Nina Solodovnikova ha risolto con gusto e precisione mentre, a scena praticamente spoglia, una ginnasta faceva acrobazie su un cerchio che fluttuava in aria.

Altro tipo di parte quella di Madama Fritz, donna chiave dal punto di vista drammaturgico e anche musicale, qui interpretata dalla simpaticissima Paola Gardina, sciolta sia nella recitazione che nel canto. Vanta una voce piena e squillante che si arricchisce di chiaroscuri nei momenti più lirici. Francisco Brito, nei panni di Carlo, è parso meno convincente dal punto di vista teatrale ma, grazie ad un bel timbro e un canto senza forzature, si è dimostrato abile e corretto. Loriana Castellano ricopriva il ruolo della consorte dello zar, Caterina, parte che nell’opera donizettiana ha poco spessore.

La commistione di tutte le voci, compresa quelle del coro Donizetti Opera, guidato da Fabio Tartari, l’orchestra Gli Originali e una regia stravagante e divertente hanno restituito uno spettacolo assolutamente da non perdere, come sempre più spesso il Festival Donizetti di Bergamo organizza.

Limiti: nessuno.

Pregi: costumi e voci meritevoli.

Teatro Sociale di Bergamo, domenica 1 dicembre 2019

Pietro il Grande

direttore Rinaldo Alessandrini


regia, macchinari e scene Ondadurto Teatro - Marco Paciotti e Lorenzo Pasquali


costumi K.B. Project


lighting design Marco Alba


assistente alla regia Adriana Laespada

orchestra Gli originali


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Illustrazioni a cura di Michela Fabbri | Illustrini

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