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REQUIEM(S) | La fragile ostinazione della vita

Francesca Oddone
19 ore fa
Tempo di lettura: 6 min

Lo sguardo si lascia attraversare dalle immagini perturbanti di Preljocaj. La danza attraversa il lutto e continua a interrogare la vita.



Il brano hard rock Chop Suey! dei System of a Down irrompe nella sala della Maison de la Danse di Lione mentre le luci si abbassano. La musica cresce d’intensità, il buio avvolge la platea e il sipario si apre. L'avvio di Requiem(s) di Angelin Preljocaj è intenso e quasi sospeso.



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Foto di Yang Wang

Il palcoscenico è immerso nella foschia e nell’oscurità. Tre gruppi di quattro danzatori emergono dal buio: le loro fattezze corporee, scolpite dal disegno luci di Éric Soyer, sembrano dilatarsi nello spazio e avvicinarsi allo sguardo dello spettatore. È un’immagine estremamente cinematografica. In alto, sopra di loro, altri tre corpi sono sospesi all’interno di altrettanti bozzoli, come grandi nidi o involucri metallici dalla forma ovoidale. Questa prima scena è densa di mistero e di bellezza. 

Una mano scende dai gusci verso il basso, cercando il contatto con il gruppo, che risponde al gesto proiettando le braccia verso l’alto. Poi scendono le gambe. I danzatori fanno ruotare su se stesso il corpo racchiuso nell’involucro, fino a liberarlo completamente:  una sorta di nascita al contrario, o forse una discesa dalla Croce. La lentezza con cui le figure vengono calate dall’alto e prese in carico dai danzatori, con le braccia aperte a T e il capo reclinato sulla spalla, evoca l’iconografia della Deposizione e, insieme, quella dei tre crocifissi del Golgota.

Quando tutti i corpi sono al suolo, il gruppo si ricompone davanti al pubblico, fino a riunire sul palco i diciannove danzatori. La traccia sonora cambia, avviando un dialogo tra diversi brani e generi musicali. Al posto della chitarra irrompono rintocchi ritmici, come gocce pesanti che cadono una dopo l’altra e che progressivamente si trasformano in un suono di tamburi. Sul fondo della scena compaiono alcune immagini video: un gufo, o forse i dettagli delle ali di una statua funeraria, di quelle figure in pietra che popolano i cimiteri.

Il disegno luci, morbido e avvolgente, accarezza i corpi lattiginosi. Il ritmo accelera, il movimento diventa rincorsa, fino a quando due figure cadono e restano a terra. È il primo lutto. Gli altri danzatori li sollevano e li portano via come salme, mentre il gruppo indietreggia fisicamente di fronte alla morte. La disperazione prende forma nella disposizione dei corpi: raccolti in coppie simmetriche, l’uno sulle ginocchia dell’altro, richiamano ancora una volta l’immaginario di cui fa parte la Pietà, il corpo sostenuto dopo la morte, il silenzio attonito di fronte alla vita che sfugge.

Nel frattempo, sullo sfondo, anche le proiezioni evolvono. Al posto delle figure alate compaiono mani aperte, attraversate dalla sabbia che continua a colare, inafferrabile, scivolando tra le dita.

Quanti lutti attraversano questa rappresentazione? Molti, e ciascuno sembra avere un proprio corpo, un proprio gesto, una diversa forma di assenza. Non appena le prime figure senza vita vengono sospinte e trascinate via, la scena si raccoglie attorno al dolore nella perdita della madre di due duo maschili, accompagnati dalle immagini di un viso di donna coperto da una veletta. Quindi attorno a quello di una coppia nella perdita della figlia, in una successione di abbracci e cadute di corpi, agghindati in preziosi abiti neri, che cercano di sostenersi a vicenda.  E ogni volta in cui si ha una caduta, una perdita che perturba l’insieme o la simmetria, il gruppo si riorganizza, come accade nella società.


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Foto di Didier Philispart

Con l’evolversi della pièce, lo spettatore ha la sensazione che il lutto si allarghi: dalle mancanze intime si passa alle immagini della guerra, alle città distrutte, ai corpi travolti dalla violenza della storia. Una registrazione della voce del filosofo Gilles Deleuze apre una riflessione sulla morte e richiama Primo Levi, interrogando ciò che resta dell’essere umano dopo l’esperienza dei campi, la relazione tra vittime e carnefici e il sentimento di vergogna. Sullo sfondo fiocchi di cenere ricoprono un paesaggio devastato dal conflitto. I danzatori si stendono a terra e scompaiono nel buio, mentre le braccia, raggiunte da una luce radente, si muovono verso l’alto, come pianticelle che spuntano dalle radici o come filamenti che risalgono dal sottosuolo.

La traccia sonora alterna le musiche di 79D, Ligeti, Mozart, Bach, Hildur Guðnadóttir, Messiaen, Haas, Jóhann Jóhannsson a canti medievali. Ci sono le note armoniose dell’oboe, eppure l’immaginario funebre è ovunque. Ci sono i dettagli visivi ricorrenti dell’estetica di Preljocaj, come le gonne. La vita sembra irrompere in ogni sequenza, eppure è la morte a farsi largo all’interno della vita.

I lutti si accumulano, si sovrappongono, cambiano dimensione: quello di chi perde una persona amata, quello della comunità, quello di un’intera generazione. E, nella danza, la fragile ostinazione della vita continua a reinventarsi, a essere ancora lì. Nel movimento finale, l’energia circola nel gruppo con maggiore libertà e la composizione lascia emergere in maniera più eclatante l’attenzione nei confronti di chi resta.

Le immagini visive travolgono lo sguardo dello spettatore, quasi prendendo il sopravvento sulla scrittura coreografica che le sostiene. Eppure, quella di Preljocaj è una scrittura precisa e rigorosa, riconoscibile nei tratti caratteristici della sua estetica: una gestualità molto articolata, nella quale il movimento sembra nascere dalle singole articolazioni del corpo — braccia, gomiti, polsi, bacino, gambe — e procede attraverso angoli, torsioni, cambi di direzione, nel prolungamento degli arti. L’organizzazione dei corpi nello spazio scivola con fluidità dentro la composizione geometrica, così come la processione di figure che attraversa la scena. 

In questa creazione del 2024, arrivata alla centesima replica in questa serata alla Maison de la Danse, affiora inoltre il ruolo dei corpi inerti, che non partecipano più al movimento e devono essere sollevati, trascinati, sostenuti, manipolati. Il contatto diventa così letteralmente il motore del movimento: una mano cerca un’altra mano, un corpo ne sostiene un altro, che viene ora cullato, ora rimosso. È una scrittura nella quale la precisione del gesto convive continuamente con il peso, la gravità e l’abbandono del corpo, conservando una qualità tagliente, articolata, scattante e tecnica, che si fonde con momenti di grande morbidezza.

Nel movimento finale, la musica dell’album Toxicity, dei System of a Down, torna a immettere energia sulla scena, insieme ai lunghi costumi rosso fuoco (Eleonora Peronetti). La forza plastica dell’avvio sembra qui messa al servizio di una forma più dichiaratamente simbolica e spettacolare: il rosso, la dimensione rituale, i manichini bianchi sospesi sul fondo.

Il lavoro contemporaneo di Preljocaj possiede una componente teatrale, narrativa e iconografica propria. In Requiem(s) la perdita, la lacerazione, la rivolta o la rassegnazione prendono corpo attraverso una forma coreografica caparbia: la vita continua a muoversi malgrado gli imprevisti, il dolore e il lutto, nella forza fisica e compositiva delle immagini. La tensione emotiva sembra permeare ogni sequenza. Nella conclusione, invece, l’allegoria della vita sembra assumere una dimensione più esplicitamente liberatoria.

Eppure, la morte non scompare. Resta sospesa dietro i danzatori, nelle sagome bianche che continuano a occupare il fondo della scena. Ricordano il linguaggio di Noces (1989), o forse il bianco macabro di un’infanzia mai nata. Una voce suggerisce che ci sia qualcosa al di là. E forse è proprio questa compresenza, più che l’esplosione finale, a lasciare aperto – amplificandolo – il senso di questi Requiem(s): la vita continua a muoversi, mentre la morte rimane lì, silenziosa, alle sue spalle.


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Foto di Yang Wang

Per leggere l'articolo in francese, vi rimandiamo al blog personale di Francesca Oddone: https://du6emeart.com/preljocaj-requiems/


visto a Lione, presso la Maison de la Danse, l'1 Ottobre 2026


Requiem(s) | Angelin Preljocaj

Coreografia Angelin Preljocaj Luci Éric Soyer Costumi Eleonora Peronetti Video Nicolas Clauss Scenografia Adrien Chalgard Musiche György Ligeti, Wolfgang Amadeus Mozart, System of a Down, Johann Sebastian Bach, Hildur Guðnadóttir, canti medievali (anonimi), Olivier Messiaen, Georg Friedrich Haas, Jóhann Jóhannsson, 79D Assistente, vicedirettore artistico Youri Aharon Van den Bosch Assistente alle prove Cécile Médour Coreologo Dany Lévêque Fotografia Didier Philispart

Coproduzione Ballet Preljocaj Coproduzione La Villette - Parigi; Chaillot - Théâtre National de la Danse; Festival Montpellier Danse 2024; Grand Théâtre de Provence; Vichy Culture - Opéra de Vichy.

Il Ballet Preljocaj Centre Chorégraphique National è sostenuto dal Ministero della Cultura e della Comunicazione - DRAC PACA, dalla Regione Sud - Provence-Alpes-Côte d’Azur, dal Dipartimento delle Bouches-du-Rhône, dalla Métropole Aix-Marseille Provence e dalla Città di Aix-en-Provence. Beneficia inoltre del sostegno del Groupe Partouche - Pasino Grand Aix-en-Provence, del Cercle des mécènes entreprises & particuliers e dei suoi partner.



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Illustrazioni a cura di Michela Fabbri | Illustrini

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