Studio per un’analisi drammaturgica dello spazio | Dalla metro a Escaped Alone
- Matteo Valentini

- 2 giorni fa
- Tempo di lettura: 7 min
Da qualche mese faccio lo spettatore dei luoghi pubblici. Soprattutto mi interessano quelli con una certa funzione intrinseca, come la metropolitana, dove non ho l’impressione che le persone transitino per divertimento, e quindi dove quasi mai mi pare avvertano la necessità di esprimere la propria personalità. Non mi sento, quindi, attratto da persone, eventi o battute distinguibili dal flusso della quotidianità, ma al funzionamento di questo flusso, dei suoi filamenti, della loro direzione e spessore. In La vita quotidiana come rappresentazione, Erving Goffman scrive che quando un individuo si trova in presenza di altri, «la sua attività ha il carattere di una promessa»: ci sono quindi dei dati – più o meno approfonditi a seconda della situazione – che generano, in chi si relaziona con qualcuno, un’aspettativa, confermata o meno durante l’incontro, o alla sua conclusione.
Allo stesso modo, credo che anche il rapporto che i luoghi intrattengono con noi abbia il carattere di una promessa e che, soprattutto quelli “funzionalisti”, siano popolati da vettori piuttosto prevedibili: appena arrivati in una qualunque piazza, forse ci è difficile supporre – e successivamente determinare – in quali percorsi si avventureranno le persone, ma possiamo agilmente immaginare le traiettorie che compiranno gli utenti seduti in un ufficio postale, le pose e le posizioni che assumeranno, a volte anche i loro tempi. Una volta elaborata la promessa, pongo attenzione al suo mantenimento. Cerco, allora, di notare la disposizione delle persone all’interno dello spazio, verso quale punto focalizzano la loro attenzione, che tragitto devono percorrere per raggiungerlo, quanto tempo impiegano per portare a termine la loro commissione… Un imprevisto o una presenza incongrua che le distrae, ostacola il mantenimento della promessa e genera, così, una drammaturgia in cui non ci sono personaggi, ma spinte, e non ci sono scene, ma snodi.

Questo, per esempio, è il frutto di una mia osservazione nel primo pomeriggio di un sabato di gennaio, sulla metropolitana che collega Lambrate a Famagosta. Ho deciso di restringere il campo e registrare soltanto i flussi che passavano nel mio scompartimento, delimitato alle estremità da quattro ingressi. Dalla mia postazione (segnalata da un quadrato) ho segnato in nero tutte le presenze e le attività che mi sembravano rispettare la promessa, ossia le persone che entravano, uscivano, transitavano, si spostavano di sedile, stavano in piedi (a volte le ho perse: da lì i punti interrogativi). In rosso ho segnato la presenza che meno mi pareva in linea con il funzionalismo d’insieme: un suonatore di fisarmonica, il valzer che ha propagato per lo scompartimento, la sua andatura ondivaga in cerca di denaro.
Mi rendo conto di quanto sia approssimativo e contraddittorio rispetto a quanto ho scritto in apertura raccogliere gli utenti di un mezzo pubblico in un unico grande insieme, far occupare a tutti la stessa quantità di spazio, allo stesso modo, senza emettere suoni o odori particolari, per formare una griglia in cui far brillare l’eccezione, il fisarmonicista, di cui è indicato il procedere con la massima accuratezza – a differenza di quello della signora salita a Centrale con il suo ingombrante trolley –, così come il propagarsi della sua musica – e non della conversazione tra madre e figlio a un sedile di distanza da me.
Un atteggiamento simile si nota nell’osservazione del giorno precedente, nello stesso orario e sulla stessa linea, in cui tra le varie frecce nere che attraversano indifferentemente lo spazio, emerge quella, rossa, di un mendicante.

È vero che, il mendicante non poteva che spiccare nell’ipnosi telefonica dello scompartimento, ma è vero anche che sulla mappa non è segnalato il ragazzo che si è seduto di fronte a me facendo, di tanto in tanto, esplodere una bolla del chewing-gum che aveva in bocca. Il rumore di una gomma da masticare è compatibile con un contesto funzionalista? Mantiene la promessa o la tradisce? È possibile che, ammorbidendo le modalità del mio sguardo e dotandomi di apparecchiature più sofisticate di una matita e di una penna bicolore, io riesca a produrre più accurate rilevazioni di drammaturgie dello spazio. O forse dovrei accogliere la tentazione cognitiva di preferire, in un vagone della metropolitana, la ricerca di storie alla sua restituzione quanto più oggettiva. O forse ancora, sarebbe necessario riconoscere che la funzionalità, così come le sue eccezioni, sono creature della percezione e che è possibile considerare ora una ora le altre cambiando la propria messa a fuoco.

Rimanderei l’approfondimento della questione ad altre occasioni, per concentrarmi sulla possibilità di analizzare uno spettacolo teatrale attraverso questo modo di osservare: non intendo assimilare i movimenti degli attori su un palco, e soprattutto le loro logiche, a quelli degli utenti di un mezzo pubblico, ma vorrei cercare di leggerli servendomi della stessa lente. Tenterò con Escaped Alone di Caryl Churchill, nuova produzione de lacasadargilla in scena tra gennaio e febbraio al Piccolo Teatro di Milano. A suggerirmelo sono, innanzitutto, le scenografie di Alessandro Ferroni che, dietro a quattro sedie da giardino e un tavolinetto, fa correre per l’intera lunghezza dello sfondo una siepe labirintica e, sopra, un enorme schermo su cui è proiettato un cielo azzurro. L’atmosfera è quella di un dipinto astratto con larghe campiture di colore – il verde chiaro del prato, il verde scuro della siepe, l’azzurro dello schermo – oppure di un Achrome di Piero Manzoni, con quelle sue linee sghembe che incidono la superficie immacolata. Se sulla scena dovessi tracciare dei vettori, li disegnerei mentre la percorrono da sinistra a destra e da destra a sinistra in una progressione piatta e orizzontale: questa sembra essere la promessa dello spettacolo, mantenuta dall’iniziale andamento della conversazione tra le quattro anziane sedute al tavolo.
Signora J Io ho un figlio, Frank
Vi Io ho un figlio
Signora J soffre d’insonnia
Vi non viene a trovarmi molto spesso. Ma Thomas
Lena è suo nipote
Sally mi monterebbe le mensole in un battibaleno
Vi un grande tavolo
Sally la venatura del legno
Vi un tavolo come quello dura una vita
Sally un cimelio di famiglia
Lena se non fosse che ormai mangiamo col vassoio sulle ginocchia
Signora J non è come a tavola Lena a me piace a tavola
Il flusso di queste parole si snoda potenzialmente inesauribile ed è come toccato con i guanti di plastica dalle voci delle attrici, reso astratto e immune a qualsiasi scavo. Anche il classico incavo del Teatro Grassi, sua quinta “naturale”, è ostruito dai cieli artificiali e dalle immagini pubblicitarie generate con l’IA che scorrono sullo schermo e respingono il mio sguardo. Un’ottusità iper-quotidiana si spalma lungo tutta la scena e soffoca ogni barlume di significato, e se qualche elemento disturba questo trionfo dell’orizzontalità - una sdraio che si apre, un Bloody Mary che si riempie o un’anziana che fa tai chi -, viene subito ridimensionato: le sdraio, le anziane e i Bloody Mary si ritrovano, invariabilmente, in schiera.

Ci sono però dei momenti in cui questa orizzontalità si incrina, per esempio quando una delle protagoniste apre una merendina facendo scoppiare la plastica protettiva o quando uno sbuffo d’aria rumorosamente esplode dal manto di plastica erbosa.
Ce ne sono altri in cui si frattura, come durante le visioni apocalittiche della Signora J, che precipitano da un tempo imprecisato, non è chiaro se remoto, prossimo o alternativo, sul cicaleccio industriale del gruppo, congelandolo in un’improvvisa luce livida (forse è un problema di immaginario, ma l’annuncio, la profezia o il ricordo di una catastrofe li vedo piovere sul reale indifferentemente dall’alto):
Signora J Quattrocentomila tonnellate di roccia finanziata da dirigenti di grado elevato si staccarono dalla collina abbattendosi sui tetti, e ciascun frammento cadde sulla testa del bambino designato. Villaggi rimasero sepolti e nuove comunità di sopravvissuti sottoterra svilupparono la capacità di nutrirsi dei morti ove possibile e di comunicare con colpi e gemiti […].

Ce ne sono altri ancora in cui l’orizzontalità viene invasa dalle radici, inizialmente attraverso piccoli tic che, per un istante, rannuvolano la sua quiete analgesica – la parola “gatto”, per esempio, turba Sally fino al mutismo –, per poi diventare sempre più frequenti e divampare in colonne di traumi rimossi (anche qui, dev’essere una questione di immaginario, ma i traumi me li immagino sempre mentre risalgono un corpo dai suoi recessi alle estremità):
Sally tutto questo parlare degli uccelli, proprio non mi piacciono gli uccelli perché gli uccelli portano ai gatti, i piccioni portano ai gatti, gatti in mezzo ai piccioni, il gatto soriano della porta accanto aveva un piccione che non faceva che sbattere le ali e lui non riusciva a ucciderlo, non voleva, ci giocava e basta continuava a riacchiapparlo e l’uccello era mutilato qualcuno doveva bleah, […].
Questa orizzontalità, dopo ogni punzecchiatura, percossa o scissione, caparbiamente si rinnova, riparte da capo, e il velo del quotidiano si stende sulla ferita appena aperta. Tuttavia sul finire dello spettacolo, esausta, la sua insignificanza programmata va incontro all’afasia e si popola non più di concatenazioni autogenerate, ma di impulsi abortiti in cui lo stesso tono delle attrici si fa più stentato e incerto:
Lena Il sole se n’è andato
Vi in questo momento della giornata
Sally in questo momento dell’anno l’ombra arriva prima
Lena è bello lo stesso
Vi è sempre bello stare qui
Signora J mi piace qui
Sally pomeriggi come questo.
[…]

Al momento degli applausi, Alessandro Ferroni, co-fondatore della compagnia, indossa una maglietta che ritrae la copertina di Unknown Pleasures dei Joy Division: quegli impulsi lineari, prima equidistanti, quasi inerti, poi accavallati in una comune turbolenza sconosciuta, e poi di nuovo irregimentati e forzati all’ordine, mi paiono più di tutto sintetizzare l’andamento di questo spettacolo per come l’ho considerato. Sono forse la sua migliore analisi.
Visto al Piccolo Teatro di Milano, Teatro Grassi
Escaped Alone
di Caryl Churchill
traduzione Monica Capuani
un progetto de lacasadargilla
regia Lisa Ferlazzo Natoli e Alessandro Ferroni
con Caterina Carpio, Tania Garribba, Arianna Gaudio, Alice Palazzi
dramaturg Margherita Mauro
foto di Masiar Pasquali
paesaggi sonori e ideazione spazio scenico Alessandro Ferroni
drammaturgia del movimento Marta Ciappina
scene Marco Rossi e Francesca Sgariboldi
ambienti visivi Maddalena Parise
drammaturgia delle luci Luigi Biondi
costumi Anna Missaglia
accompagnamento alla ricerca Marco D’Agostin
assistente alla regia Matteo Finamore
produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, Teatro di Roma – Teatro Nazionale
diritti di rappresentazione a cura dell’Agenzia Danesi Tolnay



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