• Marta Cristofanini

The Mountain | Scalare la Verità


Quando le luci nella sala Ivo Chiesa si spengono, su uno dei tre schermi che dal palco fronteggiano la platea si staglia una scritta. Dice più o meno così: lo spettacolo a cui stiamo per assistere ha debuttato nel 2020 e, nonostante le recenti vicende dell’aggressione russa ai danni dell’Ucraina, anzi, a maggior ragione, si è pensato di lasciarlo del tutto invariato.

Capisco meglio l’esigenza di questa chiarificazione solo diversi minuti dopo, la prima volta che l’attrice-protagonista indossa - digitalmente - la maschera facciale di Vladimir Putin, che con voce deliziata ci istruisce sull’essenziale differenza tra fiducia e fede, verità e finzione.


Ma andiamo per gradi, anche perché rendere giustizia a uno spettacolo così complesso - tecnicamente e concettualmente - e così riuscito, è già di per sé un’impresa sfidante.

La compagnia catalana Agrupación Señor Serrano ha ambizioni schiette, oneste, e al tempo stesso un grande senso della misura, unita a una sicura padronanza dei mezzi. Forse è questo il segreto con cui è riuscita a presentare un’opera così ibrida, inclassificabile, né strettamente teatrale, né strettamente cinematografica, e che fin dai primi istanti ha evocato in me il senso di una parola perduta, confinata ormai a certi incomprensibili utilizzi imprigionati tra le mura museali dell’arte contemporanea. La parola è performance, ed è grazie a essa che hanno convissuto in un equilibrio formidabile Orson Welles e la sua Guerra dei mondi in versione radiofonica, Putin, droni, fake news e il primo esploratore che ha tentato di raggiungere la vetta dell’Everest, spedizione scandita dalla narrazione filosofica ed emotiva – sì, è un connubio possibile – delle lettere della moglie Ruth.


In scena quattro attori, un drone, tre schermi e numerosi modellini in scala che riproducono le ambientazioni in cui la narrazione avviene: in modo particolare, quelle riguardanti la spedizione di G.L. Mallory, che nel 1924 arriva (quasi?) a raggiungere la cima della montagna più alta del mondo, e quelle del terrore provocato nel 1938 dall'adattamento radiofonico de La guerra dei mondi, con cui Orson Welles generò (involontariamente?) panico e delirio tra milioni di americani raccontando un’invasione aliena (apparentemente) in diretta. Gli attori, seguendo uno script narrativo efficace ed evocativo, animano le piccole scene manualmente, mentre uno di loro li riprende con la videocamera attraverso piani sequenza sbalorditivi, profondamente coinvolgenti nella loro dichiarata finzione, e che vengono proiettati, insieme a estratti di film, interviste, videoclip e dichiarazioni reali (e non?) sui tre grandi schermi semoventi.

Oltre alla maestria tecnica, qui c’è evidentemente dell’altro: “denunciando” la finzione dei propri mezzi, e riuscendo comunque a ricreare atmosfere narrative perfettamente credibili ed emotivamente vive, The Mountain riesce nella delicata operazione di definire il proprio scopo in modo meta-teatrale e meta-concettuale. Quello di cui lo spettacolo parla è la strumentalizzazione dei mezzi di comunicazione per indurre a credere cose che (in realtà?) non sono vere, che si tratti di radio, di televisione, o di facebook; la mistificazione del reale avviene proprio nel riporre eccessiva fiducia nei medium tecnologici che aiutano a diffondere spesso, troppo spesso, informazioni false o parziali, in qualche modo ritenute degne di fiducia e condivise a prescindere da ulteriori verifiche; non a caso il ruolo dei bot russi e dei siti d’informazione fasulli sono anche loro degni protagonisti della narrazione, dal momento che il presidente russo ha dato prova (non solo oggi) di manipolazioni letali dell’informazione e, quindi, della verità dei fatti, se di verità si può ontologicamente parlare. Forse, a monte di tutto ciò, sarebbe più corretto chiedersi: di quale verità possiamo parlare?


Entrando in sala prima dell’inizio dello spettacolo, e durante lo spettacolo stesso, vediamo giocare alcuni attori a badminton. Successivamente, l’attrice (Anna Pérez Moya) ci dice che in realtà loro stanno giocando a baseball, e che questa è la verità, da loro suggerita con consapevolezza, a cui dovremmo credere. Lo dice guardandoci dritto negli occhi, sorridente, mentre impugna tra le mani una racchetta. I richiami alla non-lingua del 1984 di George Orwell sono assordanti: guerra è pace, sì è no, libertà è schiavitù. La manipolazione linguistica a cui si è sottoposti, in regimi dittatoriali e non, può fare la differenza nella dominazione morale, spirituale, sociale dei singoli individui, e quindi delle società, una questione che era stata anche magistralmente suggerita da Dogtooth, capolavoro provocatorio e disturbante diretto dall’allora esordiente Yorgos Lanthimos. La parola è potere.

Come pubblico per 70 minuti veniamo avvolti tra le spire – sempre più strette – di un ingegnoso, efficiente ingranaggio, così simile alla realtà che ci circonda da indurci, anche alla fine dello spettacolo, a chiederci e a verificare quali delle notizie e dei racconti che ci sono stati fatti siano veri, e quali falsi. Abitudine che forse dovremmo ricordarci di non dimenticare nella nostra frastornante, liquida quotidianità. La nostra identità in quanto soggetti razionali e pensanti dipende anche da questo: la nostra capacità di dubitare, riflettere, verificare.

Anche se The Mountain è molto più di uno spettacolo divulgativo, dai risvolti sociologici e politici. La sua vibrazione è profondamente filosofica, e la tensione emotiva non è solo il mezzo per veicolare un messaggio: grazie soprattutto alla presenza dello scambio epistolare tra l’esploratore Mallory e la moglie Ruth, lo spettacolo è come anch’esso avvolto da una nebulosità concettuale squisitamente umana.


La spedizione di Mallory, e la sua morte, sono infatti parzialmente avvolte nel mistero: nessuno ha saputo ricostruire ancora oggi le dinamiche esatte della sua morte. La macchina fotografica - e la foto della moglie, da consegnare alla montagna (all’eternità? alla verità?) - sono tutt’oggi disperse. Qualcosa di questa missione incompleta pervade interamente lo spettacolo, e lo colloca in una dimensione altra, trascendente. Ci identifichiamo in questa tensione quasi mistica che trapela dalle parole di Ruth: che cosa speriamo di trovare, insieme a Mallory, là in cima? Che cosa porta l’esploratore a continuare a esplorare, a spingersi al di là di ogni limite? Quale nuova prospettiva può rimpiazzare la precedente? Quando potremmo ritenerci arrivati, soddisfatti, o quanto la realtà continuerà a deformarsi sotto la pressione di nuove prospettive, di nuovi occhi, di nuove teorie, di nuovi medium pronti a interpretarla, cambiarla, stravolgerla? Come Mallory, queste domande si sbilanciano, perdono la presa, scivolano, rimangono congelate e ammutolite al di là di quella linea d’ombra, di quel confine sottile, di quell’utopica vetta che la condizione umana infaticabile tenta di scalare.



Elementi di pregio: l’eccezionale bravura tecnica, l’architettura concettuale, la resa scenica, immersiva e riflessiva al tempo stesso, la capacità di trasformare una tematica contemporanea in un “classico”.

Limiti: è interessante notare il processo di crescita e “invecchiamento” che vive uno spettacolo pandemico nell’arco di due anni di vita. Quanto rimane definito dal tempo che lo ha visto nascere? Sicuramente, dati gli ultimi avvenimenti storico-bellici, il problema della disinformazione e misinformazione sembra essere un problema tristemente costante a livello globale.


Visto al Teatro Nazionale di Genova il 30 aprile 2022.



Squadra

Creazione: Agrupación Señor Serrano / Drammaturgia e messa in scena: Àlex Serrano, Pau Palacios, Ferran Dordal / Performance: Anna Pérez Moya, Àlex Serrano, Pau Palacios, David Muñiz / Voce: Amelia Larkins / Musica: Nico Roig / Video-programmazione: David Muñiz / Video-creazione: Jordi Soler Quintana / Spazio scenico e modellini in scala: Lola Belles, Àlex Serrano / Assistente di scenografia: Mariona Signes / Costumi: Lola Belles / Design di lucis: Cube.bz / Maschera digitale: Román Torre / Produzione: Barbara Bloin / Produzione esecutiva: Paula Sáenz de Viteri / Direttore tecnico: David Muñiz / Diffusione in Italia: Ilaria Mancia / Management: Art Republic.


Una produzione di

GREC Festival de Barcelona / Teatre Lliure / Conde Duque Centro de Cultura Contemporánea / CSS Teatro Stabile di Innovazione del Friuli – Venezia Giulia / Teatro Stabile del Veneto – Teatro Nazionale / Zona K / Monty Kultuurfaktorij / Grand Theatre / Feikes Huis.



oca, oche, critica teatrale