Tutta la vita davanti 2026 | Prove di frequenza
- Lorenzo Ferlin
- 4 giorni fa
- Tempo di lettura: 6 min
«Il teatro è: essere partecipi di vite che sentiamo come nostre»
(Dalla copertina della rivista “Play The Critic”, curata dalle tutor di Stratagemmi Prospettive Teatrali e dagli studenti dei laboratori di critica teatrale di La Spezia).

Ciao! Piacere, sono Lorenzo e scrivo per la prima volta su queste frequenze spennate (Prova… Prova…) grazie ad un incontro fortuito con alcune Oche, questo inverno a Genova, fuori dal Teatro della Tosse. Da novello genovese, ho scoperto che qua tutti si conoscono, è una città senza segreti e grazie ad amiche di amici di amiche di amici, nonché sulla scia di quella chiacchierata, mi ritrovo qui a raccontarvi “Tutta la vita davanti – Festival di Teatro per vecchi del futuro” svoltosi a La Spezia presso il centro culturale “Il Dialma” dall’8 al 10 Maggio 2026.
Sabato 9 si svolge l’incontro pomeridiano di “Sottobanco – Dialogo con il festival e i suoi protagonisti” aperto a tutti, in cui hanno preso parola le persone che il festival lo hanno ideato e organizzato facendo in modo che prendesse forma per il quarto anno consecutivo. L’accento è stato posto sul costruire un ponte tra le diverse generazioni di chi il teatro lo vive e lo fruisce, con la necessità di avere un dialogo fitto e di formazione; l’immagine che si delinea nella talk è quella di un oggetto complesso da maneggiare e da capire. Questa esigenza di creare un ponte viene subito messa alla prova grazie alla presenza degli studenti dei laboratori di critica e dalla constatazione che, tra le persone che vivono il teatro, manca spesso conoscenza diretta e un reale scambio. Il che potrebbe risultare addirittura ironico, se si pensa che a volte il teatro viene tacciato di essere una bolla che non si espande mai verso un pubblico più ampio o ancora di essere cedevole alla trappola di auto-celebrarsi a vicenda e di restare ancorato ai propri circoli ristretti. Neanche fosse la sinistra italiana. Nella discussione emerge l’idea, che possiamo trasporre anche ad altri ambiti, del teatro che, per uscire dai propri confini, deve cambiare linguaggio e porsi domande diverse a partire dal come fare per entrare nella realtà e tornare al centro dell’opinione pubblica.

Per quanto riguarda gli spettacoli, benché abbia apprezzato anche la performance di Collettivo Effe e il carattere lirico dello studio di Violetta Ghersina e Matteo Di Somma, mi vorrei concentrare sulla giornata di sabato, che in me ha risuonato di più rispetto al carattere performativo e breve della giornata di venerdì (ho avuto il piacere di seguire le serate di venerdì 8 e sabato 9 maggio), Dad or Alive della compagnia BumBumFritz, il mio primo vero battesimo di critica teatrale.
Lo spettacolo si interroga sul desiderio adulto di poter diventare genitori e fare l’importante passo di crescere un altro essere umano in un mondo, il nostro, che va a cento all’ora. Allude, il gioco di parole del titolo, anche ad altri passaggi chiave dello spettacolo quali la difficoltà quasi di rimanere vivo nonostante tutti gli impegni che la vita da genitore comporta e il trovarsi ad un bivio nella vita dove scegliere, in maniera metaforicamente esagerata, se rimanere vivo o se prosciugarsi di energie e soldi diventando genitore.
Attraverso le note vocali di amici e amiche degli autori, riprodotti durante lo spettacolo, la compagnia esplora molte delle problematiche logistiche e pratiche dell’essere genitori, che vanno a braccetto con le domande primordiali che ognuno si pone.
Tradotto in termini semplici?
Innanzitutto, che fine ha fatto quella balzana idea di poter perdere del tempo, che possa essere prendersi dello spazio personale per sé o, in senso assoluto, anche solo riposarsi? Gli attori in scena sembrano suggerire che si debba compiere una scelta tra diventare genitori e mantenere dello spazio personale. Viene poi evidenziato come sono le donne, “tralasciando” le difficoltà del parto e della gestazione, a essere le più influenzate negativamente per l’incapacità tutta italiana di supportare una maternità. Dalla temporanea pausa della carriera, con il rischio di perdere il lavoro, alla mancanza di assistenza successiva per far coincidere i ritmi d’ufficio con quelli di madre.

In questo scenario, la politica non ci dà una mano. Citando George Carlin, comico di stand-up statunitense, proiettato durante lo spettacolo, essa pare interessata moltissimo al nascituro almeno finché è feto e deve venire al mondo. Dopodiché tutte le decisioni remano contro il suo benessere e diritto al vivere, dal diritto all’istruzione e alla salute. Sperano forse che cresca in fretta un pecorone poco scolarizzato ma in grado di votare e recarsi all’ospedale di continuo (rigorosamente pagando prestazioni private).
Riguardo l’Italia, viene riportato come spesso le motivazioni economiche, di assistenza, di paura del futuro legato al clima o alle guerre, abbiano fatto crollare nei decenni i numeri dei nascituri, con il rischio che dovremo recensire degli spettacoli fino ad avere l’artrosi alle dita in attesa di una agognata pensione, nel raro caso in cui ne sia fatto un lavoro.
Certo, a livello personale, credo che ogni periodo storico abbia avuto le sue paure, ma questo non ha mai fermato la razza umana dal procreare e dallo sperare di creare un cambiamento positivo. Lo stile di vita occidentale però ormai, sia a livello sia di produzione che di lussi concessi, non fa il paio con l’avere figli. Abbassando l’asticella delle aspettative e ritornando in una routine semplice si potrebbe allora davvero trovare le energie, e i fondi soprattutto, per crescere una famiglia.
Tra percentuali allarmanti, tormentoni musicali e geometrie precise dei cubi in scena, lo spettacolo vortica e ci fa immedesimare nei due protagonisti, quasi impazziti in mezzo alla quantità di variabili da considerare per essere sicuri di aver fatto la scelta giusta. Forse, è proprio questo il punto: diventare genitore riassume perfettamente la paura dell’ignoto, nascosta dietro ogni scelta della vita, con tutte le considerazioni annesse prima di fare un passo nel vuoto.
Oppure la paura è di non essere più solo responsabili dei nostri destini e delle nostre serate, ma di avere qualcuno a carico a cui pensare e che deve andare a letto presto. Finito lo spettacolo mi trovo a pensare che servirebbero più cinema e teatri aperti anche ai neonati con pianto libero al fine di unire le due cose!

Di più difficile comprensione degli stilemi teatrali, almeno personalmente al fine di trasmetterlo per iscritto, è stato lo spettacolo di Giulio Santolini e Daniele Boccardi: Kamikaze – Spero vada meglio dell’ultima volta, battesimo secondo.
Lo spettacolo parte dall’idea originale di catturare le impressioni degli spettatori, facendosi recensire in tempo reale tra uno sketch e l’altro. Questo espediente avrebbe potuto portare, oltre a farmi sedere stupidamente nelle prime file con il rischio di venire interpellato, a un maggior coinvolgimento degli stessi. Ironia del caso vuole che la scelta abbia portato la verve del pubblico a perdere di tono ed efficacia col passare dello spettacolo, forse perché nessuno si è sentito di fare una standing ovation né di uscire dalla platea per piombare sul palco, come suggerito dagli attori, in caso di mancato apprezzamento dello sketch. In maniera comprensibile ma ironicamente, l’interazione è stata più presente nello spettacolo dei BumBum Fritz, che avevano semplicemente concesso agli spettatori il permesso di registrare o ballare, dando più libertà di agire senza obbligare all’interazione tra pubblico e attori.
Kamikaze ci ha risvegliato una ancestrale paura di essere interrogati a sorpresa come a scuola, soprattutto davanti alla platea, perché non tutti sentono il palcoscenico nel sangue. La speranza del duo di ottenere un pubblico che giudica, condanna e punisce con voce grossa si affievolisce negli imbarazzi delle votazioni ricorrenti. In ogni caso il silenzio innocuo, per non chiamarlo prevedibile freddezza, cerca di essere sovvertito restituendo uno spettacolo pieno di interazioni e domande.
Queste ultime diventano il vero centro di convergenza dello spettacolo, quasi a ingolfare di esitazioni una macchina che deve essere messa in moto ma che alla fine fila via che è un piacere. Gli attori dialogano tra loro ora come umani, ora come burattini e ancora come voci dall’aldilà di personaggi storici, con risultati esilaranti e immedesimazioni alquanto riuscite. Forse, allora, la vera chiave di volta di questo spettacolo, non sappiamo quanto volutamente, risiedeva nel mettere a nudo le difficoltà che possono nascere nel processo di creazione di uno spettacolo teatrale e nel prevedere le reazioni di un pubblico vario e sempre nuovo.

Tutta la vita davanti – Festival di teatro per vecchi del futuro
Un progetto di SCARTI – Centro di Produzione Teatrale d’Innovazione
A cura di Alice Sinigaglia e Francesca Lombardi
Foto di Francesco Capitani
Dad or Alive
uno spettacolo di BumBumFritz
con Michele Tonicello e Giovanni Frison
scritto e diretto da Giovanni Frison
da unʼidea di Michele Tonicello
musica, luci, videomapping e live electronics Giovanni Frison
movimenti scenici Stefania Borella
tecnica del suono Christian Reale
assistenza video Riccardo Nicolin
assistenza tecnica Massimiliano Chinelli, Matteo Nicolin, Luca Scotton
postproduzione musicale Max Trisotto
foto di scena Manuela Giusto
ufficio stampa Antonella Mucciaccioproduzione Cranpi, La Piccionaia Centro di produzione Teatrale, La Corte Ospitale, Pergine Festival, BumBumFritz
con il contributo di MiC – Ministero della Cultura, Regione Emilia-Romagna
con il sostegno di Scenario ETS, LʼArboreto – Teatro Dimora | La Corte Ospitale – Centro di Residenza Emilia-Romagna, Teatro Biblioteca Quarticciolo
grazie a Babilonia Teatri e Francesca Macrì
KAMIKAZE – Spero vada meglio dell’ultima volta
di Giulio Santolini
con Giulio Santolini e Daniele Boccardi
dramaturg Lorenza Guerrini
sound & light designer live Daniele Boccardi
voci Filippo Baglioni, Claudio Cirri, Lorenza Guerrini
produzione La Corte Ospitale
con il sostegno di Ministero della Cultura, Regione Emilia-Romagna
residenze artistiche Attodue, Fabbrica Europa/PARC
si ringrazia CollettivO CineticO, Simone Arganini, Stefano Tumicelli, Fabio Novembrini




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