• Matteo Valentini - Marta Cristofanini

Verbo Presente | What Happened in Torino


Verbo Presente e What Happened in Torino, il corpo sommesso di Paola Bianchi e quello estroverso di Andrea Costanzo Martini, i riferimenti ricercati e intellettuali del primo, quelli commerciali e trash del secondo, il rumore bianco e quello straripante delle televendite anni ‘90: se una coerenza va trovata, tra gli spettacoli presentati nella serata del 16 novembre al Teatro Akropolis, la si dovrà cercare nella contrapposizione e nell’antitesi.

Verbo Presente | Paola Bianchi

Recensione a cura di Matteo Valentini

Il ragionamento di Paola Bianchi procede a partire dalla stentata corrispondenza tra linguaggio verbale e immagine, tra descrizione di qualcosa e la cosa in sé. Rispetto alla voce registrata che enuncia i movimenti del suo corpo, illuminato a fasi alterne, lo spettatore crea un’immagine mentale che finisce per non corrispondere mai a quella corporea ed effettiva: viene inscenato, si potrebbe dire, il tradimento e la parzialità dell’ekphrasis. Mano a mano che lo spettacolo procede, il corpo si libera dalla “gabbia del linguaggio” e ripete i motivi precedentemente descritti in modo piano e “oggettivo”, con fare ansante e stentato, coperto da rumori prima stridenti e infine bianchi. Il percorso concettuale, pur essendo già sentito, presenta una severa coerenza. Problematica risulta invece la corrispondenza coi riferimenti denunciati sia nella nota di regia sia sul sito della performer: non trovo alcun richiamo in Verbo Presente allo spazio “segnato dall’inesorabile procedere della morte, della sua conquista sulla vita” presente nel Trionfo della morte di Pieter Brueghel, mentre più chiaro, benché comunque nascosto, risulta il dialogo tra il corpo “povero” di Paola Bianchi e quelli ritratti negli inchiostri di Andrea Chiesi, scelti “per la cecità dei volti, per la loro assenza di espressione – assenza, non negazione-”. Pur nella sua tentata liberazione dal linguaggio, Verbo Presente resta uno spettacolo che vuole dire troppo.

Visto al Teatro Akropolis il 16 novembre 2018

Coreografia e danza: Paola Bianchi

Musiche: Fabrizio Modonese Palumbo

Disegno luci: Paolo Pollo Rodighiero

Produzione: Pindoc

What Happened in Torino | Andrea Costanzo Martini

Recensione a cura di Marta Cristofanini

Entra in scena come un’allieva ballerina, corpo rigido sobbalzante sulle mezze punte, schiena prepotentemente arcuata, mento alzato nella mimica di un atteggiamento altero, algido. Così il vibrante, ribelle, inetichettabile corpo di Andrea Costanzo Martini comincia a duettare con una musica scleroticizzata da accelerazioni e interruzioni, dove trova spazio l’eccentricità maniacale e rimbombante di una pseudo Vanna Marchi: con la sua voce stridula accompagna il cangiante parossismo del danzatore, schiavo e trionfo di una televendita aggressiva di cui noi spettatori diventiamo uditori e potenziali clienti, subendone il fascino e le contraddizioni. Da diligente prima ballerina-valletta, il nostro protagonista non riesce a mantenere - volutamente - mascherata la propria natura pagliaccia: il costume indossato (che lo caratterizza come figura primitiva, cavernicola) denuncia ciò che diventa via via più chiaro nella danza. E’ uno Zanni contemporaneo quello che mangia il palco a grandi passi voraci davanti ai nostri occhi, irresistibile, fuori controllo giullare feroce. Pur assecondando lo schema che lo ingabbia, lo aggredisce con un’autoironia trascinante e seducente. Questo cigno nero dal becco insanguinato, fuggito alla norma, è cacciato da essa fino all’ultimo, come testimonia l’inseguimento finale da parte dell’occhio di bue che come un faro di prigionia non cessa di stanarlo lungo il perimetro del palcoscenico. Ci si affeziona presto a questo replicante impazzito, un out-sider fattosi tramite di una ribellione esuberante, stretta tra i denti. E che se ne va via da noi troppo presto.

Visto al Teatro Akropolis il 16 novembre 2018

Coregografia e danza: Andrea Costanzo Martini

Voice Over: Einat Betsalel

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oca, oche, critica teatrale

Illustrazioni a cura di Michela Fabbri | Illustrini

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