William Shakespeare – Il racconto d’inverno | Non si scappa dai mostri
- Claudia Burzoni
- 6 ore fa
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Huomo vecchio, alato, col piede destro sopra d’una ruota, e con le bilancie, overo col peso geometrico in mano. Il piè destro sopra alla ruota, la quale con la sua circonferenza non tocca, se non in un punto, che non stà mai fermo, ci fa comprendere, che il tempo non ha se non il preterito, e il futuro, essendo il presente un momento indivisibile. Le bilancie, overo peso Geometrico dimostrano, che il tempo, è quello, che agguaglia, e aggiusta tutte le cose.
(Cesare Ripa, Iconologia, 1603)
Tempo, Morte e Amore sono figure che, nell’iconografia medievale e rinascimentale, si somigliano non poco: ciò che più le caratterizza è l’aspetto grottesco, addirittura mostruoso (sì, anche Cupido, prima di diventare un angioletto ornamentale, era raffigurato come un diavolo con i cuori degli innamorati appesi alla cintola). Questo perché non si scappa dai mostri, metafore di forze inspiegabili e ineluttabili.Proprio per il loro essere forze che esortano e neutralizzano allo stesso tempo, Amore-Tempo-Morte sono i protagonisti del corpus tragico shakespeariano, declinati in diverse forme: l’Amore può divenire folle gelosia, il Tempo benevolo o malevolo, mentre la Morte un ultimo, disperato gesto o una “giusta” punizione.
Anche Il racconto d’inverno, scritto tra il 1610-11, poco prima de La Tempesta, non sfugge alla triade fatale: questo “dramma romanzesco” è diviso in due parti molto diverse tra loro e la trama si sviluppa a partire dalla folle gelosia di Leonte, re di Sicilia, nei confronti di una presunta relazione tra sua moglie Ermione e il suo amico d’infanzia, nonché il re di Boemia, ospite da qualche tempo nella reggia. Dopo essere scampato a un tentato omicidio ordito contro di lui da Leonte, il Boemia riesce a fuggire grazie a Camillo, servo di Leonte, che passa dall’essere un traditore del re di Sicilia a consigliere fidato del re di Boemia. Nel frattempo, la Regina, dopo aver subìto un processo pubblico infamante, muore pochi giorni dopo l’aver dato alla luce una figlia ritenuta illegittima dalle deliranti convinzioni del Re. Leonte, ormai accecato dalla follia, ordina a un altro servo, Antigono, di condurre e abbandonare la presunta figlia illegittima – chiamata Perdita - nelle terre di Boemia, alla mercè di animali selvatici e di notti fredde. Ma ecco che un pastore – di sofoclea memoria - trova la neonata e la cresce come fosse sua.

Entra il Tempo e porta con sé sedici anni.
Perdita è cresciuta e la sua bellezza è così regale da far innamorare il principe di Boemia (figlio di quel re fuggito dall’ira di Leonte). I due, dati gli umili natali di lei, decidono che sia meglio sposarsi in segreto per non far adirare il re che, però, nel corso di una festa contadina alla quale si è recato mascherato insieme al fidato compagno Camillo, scopre l’amore proibito del figlio e impedisce l’imminente matrimonio. Per evitare una punizione severa, si fa avanti il pastore che, per tutti quegli anni, aveva conservato lo scrigno contenente indizi sulle vere origini di Perdita. I due amanti, su consiglio di un personaggio subdolo e chiacchierone, partono alla volta della Sicilia per incontrare Leonte, ormai vecchio e solo. Una volta vista la fanciulla, Leonte non può fare a meno di notare la somiglianza sia con la defunta madre sia con i suoi stessi tratti.Il dramma si conclude con un padre e una figlia ricongiunti, con il perdono di un amico, il matrimonio salvo e un’inspiegabile apparizione: Paulina, ancella fedele della regina defunta, aveva fatto realizzare una statua in memoria della sua amata padrona; Leonte, desideroso di mostrare il volto della madre a Perdita, chiede a Paulina di rivelare la statua. La somiglianza con Ermione è così sconvolgente da ricevere un bacio dal marito triste e pentito; da quel bacio, la statua sembra riacquistare vita, ma non si ha la certezza se si tratti di una vera e propria resurrezione o se sia un’illusione dello stesso Leonte.

William Shakespeare – Il racconto d’inverno, con la regia di Jared McNeill, regista, attore e performer statunitense, è la nuova produzione di Teatro Due, andata in scena dal 10 al 15 aprile scorsi. La performance di McNeill rispetta appieno la struttura drammaturgica e stilistica adottata da Shakespeare in quest’opera, ovvero la “tragicommedia”, dividendo nettamente la pièce in due momenti così distinti da apparire quasi come due spettacoli differenti. Il primo atto racchiude l’esplodere dell’irragionevole gelosia di Leonte: i colori sono freddi, opachi, il linguaggio è duro, mentre la vicenda si gonfia, man mano, fino all’apice della follia con la morte di Ermione e del figlio Mamillio – nato dal precedente matrimonio di Leonte, muore di dolore per la perdita della affezionatissima matrigna. Leonte assume i connotati di un animale rabbioso, imprigionato nella sua stessa ossessione, mentre tutte le persone superstiti della corte cercano in ogni modo di sfuggirgli.
Il secondo atto, già con il ritrovamento della piccola Perdita, si dischiude sotto colori caldi, un clima festoso, abiti colorati e che trasudano libertà. I contadini sono felici di poco, delle erbe che profumano e dei fiori che raccolgono, non hanno né il tempo né la voglia di sentirsi tristi. Il matrimonio di Perdita con questo giovane misterioso, ma altrettanto bello e spensierato, deve essere celebrato al più presto, in modo che il padre di lui, il re di Boemia, non possa opporvisi. Solo con il ritorno alla corte del re di Sicilia i due mondi, bianco e arancio, si fondono e non riportano in vita solo la madre (anzi, quella resurrezione ha tutta l’aria di essere un artificio), ma soprattutto il padre Leonte. Tragedia e commedia, nate insieme e dallo stesso seme, si stringono in un abbraccio dove Tempo-Morte-Amore hanno ancora un potere immenso, ma divengono parte della vita e non la sua distruzione.

In una cornice scenica semplice, fatta di elementi modulari spostati dagli attori, l’ambientazione acquista movimento grazie all’utilizzo delle luci e dalla musica eseguita dal vivo da Claudio Scarabottini; gli attori e le attrici si trovano ad armeggiare un testo denso e complesso che, in alcuni punti, avrebbe meritato una recitazione più attenta a modulazioni e sfumature, meno urlata.
Tra rimandi mitologici, alla tragedia greca, alla commedia latina e – perché no? - anche biblici, Il racconto d’inverno di McNeill si dipana all’interno del mondo onirico e surreale: un sogno in cui la Morte, il Tempo e l’Amore sono ben visibili, ma cambiano d’abito, passando dall’essere i mostri di un incubo a creature docili il cui compito è sia quello di scandire la vita sia di renderla preziosa.
Elementi di pregio: i costumi realizzati da Elisabetta Zanelli e le luci di Stefano Bordelli
Limiti: la recitazione poco modulata e troppo urlata
William Shakespeare – Il racconto d’inverno visto presso Teatro Due (Parma) il 15 aprile 2026
con Alessandro Burzotta, Luca Cicolella, Salvo Drago, Francesca Gabucci, Irene Paloma Jona, Nicola Lorusso, Diletta Masetti, Felice Montervino, Salvo Pappalardo
musiche originali eseguite dal vivo Claudio Scarabottini
costumi Elisabetta Zinelli
luci Stefano Bardelli
assistente alla regia Francesco Lanfranchi
regia Jared McNeill
Nuova produzione 2025/2026Fondazione Teatro Due
durata 2.30




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